Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd, non gira attorno ai problemi. Un pregio sempre più raro nella politica e tra i politici del belpaese. Soprattutto quando si è chiamati ad affrontare questioni terribilmente serie: come la guerra in Ucraina.

Dalla condanna alla guerra d’aggressione russa si passa al sostegno alla guerra di resistenza, una guerra “giusta”?
Non credo esistano guerre giuste, è vero invece che la storia passata e recente ci ha messo dinanzi a conflitti dove la scelta era se opporsi a sopraffazioni e violenze o subire il dominio del più forte. Il diritto a resistere quando vengano aggrediti la libertà e l’autodeterminazione di un popolo e uno Stato sovrano rientra in quel genere di conflitto. Così come le lotte di liberazione di popolazioni oppresse da dittature e regimi sanguinari. Non credo che tutto ciò neghi i principi di una pace da costruire in primo luogo coltivando il dialogo, le culture della convivenza, il rispetto delle diversità di lingua, nazionalità, credo religioso e riconoscimento nel pluralismo di una ricchezza al servizio di quella coesistenza. A volte dimentichiamo che la storia migliore dell’Europa, i punti alti della nostra civiltà, sono coincisi con le fasi di crisi e collasso più acute. La stessa integrazione politica non è sorta sull’onda di un Arco di Trionfo, ma come reazione alla peggiore carneficina dell’ultimo secolo. Lo aveva inteso Jean Monnet con quella sua sintesi: “L’Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”. Forse ricordarselo oggi ci darebbe una buona bussola per orientarci in questa tragedia.

Essere dalla parte dell’aggredito porta con sé necessariamente un sostegno in armamenti come ha scelto di fare il Governo italiano?
Cerco di riflettere provando a cogliere la quota di ragione di chi a quella scelta si oppone. Parliamo di una decisione assunta con altre cancellerie e i vertici di Bruxelles e che rientra in un ventaglio di misure, dalle sanzioni economiche all’invio di aiuti e assistenza umanitari sino all’accoglienza di milioni di profughi in fuga da un paese invaso militarmente. Da oltre un mese le città ucraine vengono bombardate, missili colpiscono scuole, ospedali, obiettivi civili. La copertura di media e social restituisce il dramma di una guerra in presa diretta, con corpi offerti a una platea globale. Come tanti so che esiste un pregresso, dalla Crimea al Donbass e non ignoro che nelle forze di resistenza ucraina siano incistate formazioni neonaziste, il punto è che tutto questo in alcun modo può rimuovere la brutalità del presente, la realtà di soprusi e morti che continuano da quella notte del 24 febbraio. Il governo ucraino da subito ha avanzato, tra le altre, la richiesta dell’invio di armi. Ho rispetto per chi avrebbe negato quel supporto nel nome di un pacifismo integrale. Nutro più dubbi verso l’obiezione che dice “siccome lo squilibrio di forze è incolmabile evitiamo di mandare altre armi perché vorrebbe dire solo più vittime”. Ecco, qui confesso che fatico a capire. Perché è come se al debole aggredito che chiede di aiutarlo a difendersi dicessimo, “prendi atto della realtà e arrenditi”. Ora, chi nega – e non ho motivo di dubitarne – di voler invitare Kiev alla resa sostiene che la strada giusta è solo quella della trattativa, di un cessate il fuoco e di reciproche concessioni anche sul piano territoriale. Capisco e condivido, ma aiutare la resistenza ucraina aveva e ha esattamente lo scopo di indurre Mosca a recedere dalla strategia sciagurata seguita fin qui. Siamo certi – voglio dire, qualcuno può avere la ragionevole certezza – che senza questa pressione e la resistenza posta in essere l’atteggiamento di Putin sarebbe stato più disponibile alla trattativa? O non è invece probabile che in assenza di un argine anche militare l’esito in pochi giorni sarebbe stata la destituzione di un governo legittimo e l’annessione del paese alla Russia? Mi ostino a cercare il confronto su questi punti e a credere che, anche nella differenza dei punti di vista, si possa non spezzare il filo che lega quanti si battono per una pace prossima e duratura.

Così Nichi Vendola in una intervista a questo giornale: “Sono anch’io molto turbato dalla caccia al pacifista. Il racconto mediatico trasuda insofferenza per chi non si lascia arruolare dal pensiero unico delle armi, e naturalmente il pacifismo è rappresentato in forme grottesche e caricaturali, come reducismo e come intelligenza col nemico”. Condivide questo turbamento?
Personalmente mi ha inquietato un clima che soprattutto nei primi giorni del conflitto ha alimentato posizioni irricevibili come nel caso dell’annunciata soppressione di un corso di studi su Dostoevskij. Allo stesso modo mi ha colpito il rifiuto a cercare il dialogo con chi, anche in ragione di scelte e percorsi di vita coerenti, crede in un pacifismo che è l’esatto opposto del voltare la testa dall’altra parte per non fare i conti con l’oscenità della guerra. L’idea che chiunque esprima dubbi e contrarietà alle scelte compiute sia un seguace di Putin offende l’intelligenza. Altra cosa sono posizioni apertamente giustificazioniste verso l’invasione dell’Ucraina come “fallo di reazione”, in quanto tale giustificabile dopo l’espansione della Nato a Est e i troppi errori dell’Occidente. Ecco, questo modo di leggere la tragedia in atto mi pare un errore grave. Il che è cosa diversa dal ritenere che all’avversario debba sempre essere consentita una via di uscita dalla trappola nella quale si è cacciato.

Di fronte all’ipoteca di una catastrofica crisi alimentare cos’è l’Europa? Al netto della retorica, ognuno va per conto suo: da un lato gli europei del nord e dall’altro quelli del sud, la Germania fa il grande salto sulla via del riarmo, l’Italia per la spesa militare trova risorse che non c’erano per fare la guerra alla povertà, ogni nazione gonfia i propri apparati bellici. È un’analisi impietosa?
In parte sì, è un’analisi ingiusta. L’Europa in questa vicenda ha mostrato una capacità di reazione e unità che lo stesso Putin non aveva messo in conto pensando che le cose sarebbero andate più o meno come in Georgia e Crimea con la presa d’atto che in cambio di gas, petrolio, grano e fertilizzanti nessuno si sarebbe spinto oltre una condanna a parole. Invece, come sulla pandemia, l’urto degli eventi ha spinto la Commissione e i governi dell’Unione a una risposta comune e ferma. Detto ciò è vero che esiste il problema di come l’Europa affronterà una realtà che comunque non sarà la stessa, nel concetto di sicurezza come nella strategia energetica, e ovviamente nel rapporto con la Russia dove non sappiamo quali saranno gli equilibri interni una volta chiusa questa pagina. E qui delle differenze vi sono, perché un certo sentimento bellicista è parso riemergere con contorni che vanno oltre il sostegno alla resistenza di Kiev. L’annuncio del riarmo tedesco con cento miliardi di dollari di investimenti e l’impegno a una spesa militare senza precedenti è la novità più evidente e non va nella direzione di una nuova Helsinki, piuttosto pare conferma di una corsa al riarmo pensando che si possa tornare a quella forma della deterrenza, ma questa sì, temo, sarebbe una capriola nel vecchio secolo. Quanto al disegno di una difesa e sicurezza comune, è un’ambizione che esiste dagli anni cinquanta, allora venne bocciata dai francesi. Imboccare quella via oggi è necessario e può condurre a una razionalizzazione della spesa. Al fondo però a contare saranno finalità e destinazione di quelle risorse e questo è un tema che riguarda anche il dibattito sulla crescita della nostra spesa militare. Lo so che si tratta di un impegno assunto nel 2014 al vertice in Galles dell’Alleanza Atlantica, solo vorrei capire come s’intende tradurre quell’obiettivo.

In che senso?
Nel senso che delle tre voci fondamentali della spesa militare la metà riguarda il personale, un quarto le attività di esercizio, addestramento, manutenzione, il restante le armi. Si vuole migliorare in particolare le prime due voci investendo sull’operato delle forze armate in attività di protezione dei territori e sostegno alle popolazioni, pensiamo al ruolo svolto nella pandemia, o questa spinta a spendere è rivolta in primo luogo all’industria militare e all’acquisto di nuovi sistemi d’arma? Insisto sul punto perché dietro la domanda ci sono la visione e finalità che si coltivano. Non sono un esperto, ma la difesa oggi chiede risorse e strategie diverse da mezzo secolo fa, pensiamo solo al capitolo decisivo della cybersicurezza. In questo ambito la lobby dell’industria militare coltiva da sempre i suoi interessi. Un esemplare di F35, il cacciabombardiere di quinta generazione prodotto dall’americana Locked Martin, costa 110 milioni di euro. Lo cito come esempio, è di capitoli di questo genere che stiamo parlando? Perché dinanzi al merito delle scelte è chiaro che sarà un dovere per tutti, non solo per papa Francesco, dire se vogliamo costruire un sistema europeo di difesa, e sottolineo il concetto di difesa, e insieme dirottare risorse dove oggi sono necessarie se pensiamo che a causa di questa guerra in ampie fasce dell’Africa mediterranea e non solo si porrà il tema drammatico del cibo e della fame. Insomma la domanda torna la stessa: quale Europa vogliamo nel futuro per noi e quale eredità vogliamo lasciare a chi verrà dopo.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.