È boom di ricorsi di fallimenti. A luglio, alla sezione fallimentare del Tribunale di Napoli, risultano 124 casi. Dopo lo stop da marzo a giugno, i mesi del lockdown, i numeri della ripresa sono rilevanti e danno la misura delle dimensioni e della drammaticità della crisi che vivono famiglie e imprese. Ne parliamo con Nicola Graziano, giudice della sezione fallimentare del Tribunale partenopeo. Di lui in molti ricordano la sensibilità con cui ha curato la procedura fallimentare di Edenlandia e lo sforzo (riuscito) di non privare generazioni di bambini del grande parco divertimenti cittadino.

Quanto è difficile scegliere tra il rigore della legge e la sensibilità ai drammi umani che si celano dietro storie di fallimenti? E quanto è importante, soprattutto in questo momento storico, che i giudici rivalutino la loro funzione sociale?
«Il Tribunale non deve limitarsi ad applicare le norme ma deve svolgere un ruolo sociale che è particolarmente importante in tema di crisi di impresa. Il Tribunale fallimentare è un po’ un tribunale di frontiera perché con le sue decisioni va a incidere sull’economia e sul tessuto sociale. Si apre quindi una nuova stagione in cui il Tribunale fallimentare si trova a essere un avamposto. 124 ricorsi in un mese a Napoli sono numeri che devono far riflettere, e se non si pone un argine alla crisi si rischia una ecatombe. La crisi coinvolge non solo le imprese, ma anche quei soggetti non fallibili, imprese minori, imprese artigiane, consumatori. Un mondo che riguarda l’80 per cento delle famiglie italiane. I dati sul sovrindebitamento sono in aumento e bisognerà capire come il Covid incide anche con riferimento a questo istituto. Si apre, dunque, un nuovo scenario. Questo è un tema centrale, sarà il tema dell’autunno. Il legislatore da una parte e la magistratura dall’altra, l’uno nel fare le norme e l’altra nell’interpretarle, dovranno svolgere una funzione sociale delicatissima».

Lei lo ha sperimentato curando il caso del parco divertimenti di Napoli…
«Ho sempre pensato che quei beni avessero un valore anche sociale, che chiudere un parco non significasse solo chiudere un’azienda ma anche chiudere la possibilità dei bambini di giocare e di avere uno zoo dove fare educazione ambientale. Credo che anche questo sia il ruolo che deve svolgere un giudice. Ho sempre pensato che dietro la toga ci sia la possibilità e l’onore di poter incidere sul tessuto sociale e non ho mai pensato che un numero di registro fosse un numero senza un’anima dietro. Quando due persone litigano c’è sempre un motivo e un’umanità da considerare. Chi dice che il diritto è freddo, evidentemente non ci ha mai messo cuore. La crisi di impresa sarà un banco di prova per magistratura e governo».

Tornando al boom di ricorsi al Tribunale di Napoli, possono considerarsi tutti conseguenza del Covid?
«Una parte è data da ricorsi che erano pronti già durante il lockdown ma un’altra parte sicuramente è da considerarsi il primo effetto della pandemia e delle misure economiche, per la verità poco efficaci, del lockdown che hanno portato a una battuta di arresto di tutte le attività. Bisognerà ora distinguere tra quei fallimenti che ci sarebbero stati comunque, anche a prescindere dalla pandemia, e quei fallimenti che sono invece diretta conseguenza della crisi attuale. È una distinzione cruciale, altrimenti si rischia di generalizzare, considerare la crisi un alibi e fare un abuso dello strumento della difesa. È una selezione che con saggezza, equilibrio ed equità dovrà fare il Tribunale».

Qual è il grande problema?
«Nella legislazione di emergenza sono stati previsti una serie di finanziamenti che le banche avrebbero dovuto erogare, ma per tutta una serie di cavilli normativi nessuno ha avuto il beneficio. Questo genererà una serie di nuovi casi di insolvenza su cui bisognerà valutare l’incidenza della crisi legata al Covid. Il Legislatore su questo non si è espresso, per cui abbiamo una regola vecchia e un sistema nuovo. C’è un momento di incertezza e le prime risposte della giurisprudenza italiana arriveranno tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. Vedremo cosa succederà».

Possiamo considerarla una sfida per il prossimo futuro. Per superarla di cosa ci sarebbe bisogno secondo lei?
«Ci vogliono scelte normative più coraggiose. Senza ottimismo e coraggio non superiamo questa fase».