Il “caso Piacenza” è sparito dai radar. A distanza di un mese esatto dai fatti, è calato il silenzio sulla maxi retata alla stazione di Piacenza-Levante. Nell’indagine coordinata dal procuratore Grazia Pradella erano rimasti coinvolti dodici carabinieri: cinque in carcere, un maresciallo ai domiciliari, altri cinque militari sottoposti all’obbligo di presentazione alla pg, divieto di lasciare la città per il comandante della locale compagnia. Lungo l’elenco delle accuse. Fra i reati contestati, falso ideologico, lesioni personali aggravate, ricettazione e spaccio di sostanze stupefacenti, arresto illegale. E poi, per la prima volta nella secolare storia dell’Arma, una intera caserma sottoposta a sequestro in quanto “corpo del reato”.

Personaggio centrale dell’inchiesta, l’appuntato Giuseppe Montella, secondo gli investigatori un soggetto capace di ogni nefandezza pur di ottenere i risultati sperati. Dopo l’iniziale clamore mediatico, si ricorderà la pirotecnica conferenza stampa degli inquirenti con la proiezione di alcune slide in power point con i colori della guardia di finanza, il silenzio ha avuto la meglio. I vertici di viale Romania hanno subito trasferito l’intera scala gerarchica, inviando a Piacenza il meglio che era a disposizione. Il nuovo comandante provinciale, il colonnello Paolo Abrate, figlio del capo di gabinetto dell’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa, è il primo del suo corso. Il comando provinciale della città emiliana era stato oggetto dal 2017 di un forte turn over, con ben tre comandanti che si erano succeduti nell’incarico: i colonnelli Corrado Scattaretico, Michele Piras e Massimo Savo.

Uno all’anno. A parte rinnovare i vertici, però, più nulla, se non la notizia che sarebbe stata avviata “una indagine interna” di cui al momento non si conoscono né i tempi né i modi. Come mai questi silenzi? C’è forse “imbarazzo” per come è stata gestita la caserma di Piacenza-Levante negli anni? E già, perché questa stazione, fino allo scoppio del bubbone, era considerata il fiore all’occhiello dei comandi dell’Emilia Romagna. L’attività operativa della stazione piacentina era stata addirittura premiata nel 2018 durante la festa dell’Arma a Bologna. La motivazione recitava che “il comando si è distinto per l’espletamento del servizio istituzionale”, in particolare nell’attività di contrasto al traffico di stupefacenti.

Arresti, quasi tutti di cittadini extracomunitari accusati di spaccio, che avevano fatto schizzare verso l’alto le statistiche e prodotto di conseguenza note caratteristiche eccellenti per i vari comandanti che si erano succeduti. Tornano, allora, in mente le parole pronunciate da Italo Ghitti, presidente del Tribunale di Piacenza dal 2013 al 2017, all’indomani degli arresti dei carabinieri. «Durante un’udienza per direttissima di uno dei tantissimi piccoli spacciatori extracomunitari che venivano arrestati dissi che erano arresti troppo facili, quasi sempre per pochi grammi di stupefacente».

«Arresti a strascico – aggiunse – chiaramente per gonfiare le statistiche e conquistare elogi ed encomi dai superiori». «Prendere dei ragazzini con in tasca dell’hashish non significa certo colpire gli spacciatori. Io rilevai – prosegue Ghitti – nella sede propria del mio lavoro fatti che vedevano tutti». «Non avevo il dovere di segnalare nulla. Se avessi capito tutto, avrei denunciato, non avrei detto solo che i troppi arresti da quattro soldi mi facevano arrabbiare perché lontani da un modo serio di provvedere alla sicurezza del territorio», concluse amaro Ghitti. Arresti, dunque, “facili”. Come scrive nell’ordinanza a carico dei carabinieri il gip Luca Milani, il “massimo risultato” con il “minimo sforzo” per “mere ragioni di carriera professionale”. Quanti sono, allora, i superiori che hanno “beneficiato” della fabbrica degli arresti messa in piedi da Montella&soci? Una domanda che merita una risposta quanto prima. Prima che l’oblio non travolga tutto.