C’è nel dizionario alla lettera elle una parola noiosissima, buona per lapidi e commemorazioni con la fascia tricolore, che solo a pronunciarla fa sbadigliare e quella parola è Libertà. L’ho scritta con la maiuscola per tenerla un po’ su, ma non c’è niente da fare: le lettere scavate nel travertino sono coperte dalla muffa. Perché questo inizio – lo ammetto – odiosamente retorico? Perché quella parola non è una parola, ma una password. La storia dei popoli moderni divide come un muro i popoli facendone due schiere: quelli che hanno combattuto per la libertà dei singoli in quanto persone e quelli che non lo hanno fatto. Noi italiani, a dispetto di tutta la retorica celebrativa delle nostre pompose feste civili, siamo tra quelli che meno hanno combattuto per la libertà, ma hanno ben simulato di farlo. Vedo l’ovvia obiezione di chi dirà subito che no, perché abbiamo combattuto per la libertà contro il fascismo.

Sappiamo benissimo che coloro i quali hanno realmente combattuto per la libertà in quanto tale e non per un altro autoritarismo sono stati pochissimi. Quando frequentavo la casa di Ferruccio Parri in quell’orrendo edificio per parlamentari sulla Cristoforo Colombo, sua moglie mi mostrò la piccola macchina da cucire con cui lei aveva confezionato centinaia di fazzoletti tricolori per i partigiani di Giustizia e Libertà che erano tra i pochi a combattere per un’ideale liberale, ma erano poca roba nel mainstream di lava infuocata. Liberale, di conseguenza e inteso come aggettivo, è una parolaccia anche se oggi tutti sono liberali e dove tutti sono liberali, tant’è che non c’è più nulla di liberale. E qui si torna alla retorica dell’antiretorica, ed è meglio che la piantiamo subito. Tutta la retorica di questi ultimi giorni sui fattacci di Piazza del Popolo e poi alla sede della Cgil si è trasformata – è per fare un esempio – in una mappazza di simil-antifascismo di cui non c’era alcun bisogno, per contrapporsi a teppisti che potenziano la loro criminalità ricorrendo a una simbologia nazionalsocialista nazista.

Forse avrete notato che da un paio di decenni non si dice più “nazista” ma soltanto “fascista”, come se il termine mussoliniano avesse un significato più malvagio di quello degli ingegneri del mattatoio della Shoah. Sappiamo, ma rifiutiamo se possibile di ricordarlo, che se dovessimo giocare all’orrendo gioco del numero dei morti, il regime della svastica non vincerebbe da solo le olimpiadi dell’orrore. Che c’entra? C’entra perché tutto il sistema tolemaico della nostra politica non nasce dalla divisione tra progressisti e conservatori, ma tra coloro che combatterono la Seconda guerra mondiale da una parte o dall’altra col grande problema dell’Unione Sovietica che combatté dalla parte di Hitler finché quello non la pugnalò alla schiena. Storie vecchie, ma mai fatte emergere alla chiarezza politica e che tuttora oggi pesano e ingombrano. La retorica tra fascisti e antifascisti è un gioco facile, di quelli che già lo insegnano alla Montessori e lo trovate nei negozi di giocattoli. E questo investe la questione di cui dicevamo all’inizio a proposito della libertà.

La libertà non è un appannaggio o un privilegio degli Stati ma un traguardo delle singole persone, cosa che da noi non si è mai apprezzata e che suscita tuttora grande diffidenza: c’è sempre qualcuno che vi dirà che “ben altre” sono le urgenze, praticando quella religione tutta italiana che è il “benaltrismo”, malattia di un Paese che ha più o meno vagheggiato il totalitarismo militare monarchico del generale Bava Beccaris “che col piombo la fame sfamò”. Poi fascista, integralista cattolico, comunista, mancando la radice politica della libertà senza la quale manca anche tutto ciò che la libertà potrebbe implicare, come il disagio della responsabilità, merce rarissima che fa notizia come è accaduto quando un assessore siciliano ha rifiutato una tangente ed è diventato famoso. Per capire quanto sia avanzato ed antico questo male del non conoscere e riconoscere il primato della libertà individuale, sono sempre valide le tre letture fondamentali del Pinocchio di Collodi, del Discorso sul carattere degli italiani di Leopardi, della Colonna infame del Manzoni.

Oggi, grazie all’Europa, l’Italia della colonna infame, del burattino rapinato, impiccato, processato, costretto a metamorfosi dolorose e perennemente beffato, l’Italia delle cattedre conquistate con finti concorsi e reali camarille e cordate così come le carriere di molti magistrati e pubblici funzionari oggi potrebbe andare incontro a una crisi esistenziale e quindi anche politica. L’arrivo del Drago messo al comando di un Paese devastato da allucinazioni retoriche e convenzioni di pura scena, ha introdotto una forma di vaccino che provoca la febbre del politico politicante, uguale a se stesso nelle carriere di partito, nell’Italia giolittiana, nell’Italia pre-fascista e fascista, nell’Italia democristiana, nel mondo comunista e nel mondo di tutte le dittature e le autocrazie per le quali la parola libertà resta un marmo scolpito con la muffa. Le ultime due volte che ho visto quella parola diventare un oggetto è stato attraverso le immagini degli studenti ucraini che morivano ridicolmente abbracciati alle bandiere dell’Unione Europea bagnate di sangue, cosa che a noi italiani provoca imbarazzo.

La seconda volta è stata quando abbiamo visto le ragazze afghane scendere in piazza contro i talebani che hanno già conquistato il potere e cacciato gli occidentali perché ciascuna di loro si sente libera di essere quel che è, di studiare quel che vuole, di non tornare indietro dopo avere assaggiato il frutto proibito della libertà portato casualmente dalle armate occidentali che per venti anni hanno inflitto una guerra strategicamente inutile, ma che hanno inoculato un seme nelle donne afghane che sono state segretarie, fidanzate, dirigenti, sergenti, professoresse, avvocati, magistrati. E dunque, l’Europa chiede all’Italia di modernizzarsi e alla svelta. Draghi vuole le riforme e subito. I partiti sanno che di lì non si scappa e anche se ci provano si trovano di fronte a un muro, a una porta sbarrata. Il benevolent dictator è una figura lungamente studiata negli anni Novanta dai filosofi americani perché lì riproduceva il modello platonico degli intellettuali al comando, intendendo per intellettuali però i competenti e non i piccoli dittatori ideologici. Ne consegue che forse l’Italia potrebbe essere alla vigilia di una rivoluzione che rigetti i rimasugli ideologici spiazzando la politica e imponendo le regole asciutte del calvinismo sconosciuto al mondo cattolico per sua natura piagnone, perdonista, mammone, appena un po’ assassino e opportunista.

Non che Draghi e quelli che lo hanno mandato sia un autocrate senza cuore: come dissero uno dietro l’altro Francois Guizot, Benjamin Disraeli e Georges Clemenceau, se non sei socialista a vent’anni non hai cuore, ma se non sei conservatore a quaranta, non hai cervello. L’Italia del super governatore mandato a promuovere la modernizzazione è traumatizzata e lo sbalordimento si trasforma in ira, così come vediamo nelle piazze travestite da simil-fascismo. Oggi lo sbalordimento dei pochi politici ancora politicanti inacidisce in un dolore nato dalla inutilità. Nessuno può farci niente se le decisioni prese sono prese e se sa che per quanto possa scalpitare quel che è deciso è fatto e non se ne parla più. Dalla frustrazione e dalla rabbia c’è il caso – inedito nel nostro Paese – che ne venga fuori quel vaccino che è la libertà. Ciò potrebbe accadere nel momento in cui tutti i “particulari” del ristoratore, del camionista, del portuale, dell’operaio licenziato, dello studente non in presenza, dello spiazzato, sbalordito, frustrato e deluso, trasudano un’ansia confusa e indecifrabile dietro la quale si nasconde proprio quel germe, quello che nasce dalle esigenze della persona individuale, cerca le alleanze tra creature della stessa corporazione e poi via via si allarga fino alla rivoluzione.

Qui ci fermiamo perché onestamente dovremmo dire che sarebbe bello se il processo non solo andasse avanti ma coinvolgesse le menti migliori e gli spiriti già liberi, ma non abbiamo la più pallida idea di come andrà a finire perché potrebbe persino finire molto male dal momento che una guerra lontana e finora soltanto possibile sta diventando sempre più probabile. Gli italiani, come il Gregor Samsa della metamorfosi di Kafka potrebbero svegliarsi trasformati in un insetto che però potrebbe anche essere l’inaspettata larva dell’uomo nuovo padrone di sé stesso. È un sogno, perdonatemi la digressione.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.