È una legge della storia: ricordate il Vietnam? La Prima e la Seconda guerra mondiale? Quando una guerra comincia a finire, è il momento più tragico è sanguinoso. Aumentano le crudeltà, i bombardamenti, la voglia di regolare i conti con un occhio alla reciprocità. Siamo o non siamo alla vigilia dell’ipotesi di una trattativa di pace? Forse. Ed è sotto gli occhi di tutti la causa della speranza: la differenza degli armamenti. I russi l’hanno confessato ormai candidamente persino ai loro intossicati spettatori televisivi che vedono prodotti preconfezionati lontanissimi dalla realtà dai fatti sul terreno e degli eventi storici perché il governo non può che avere autorizzato quel sobrio colonnello in pensione che nel programma di maggiore ascolto e virulenza patriottica ha detto quanto segue: abbiamo sbagliato tutto e se continuiamo potremo solo far peggio.

E poi: le armi che gli occidentali hanno fornito ai combattenti ucraini sono infinitamente migliori delle nostre; ci siamo raccontati un sacco di balle sugli ucraini che non sono un popolo perché si sono dimostrati eccellenti soldati motivati mentre i nostri poveri ragazzi andavano a morire e uccidere senza sapere perché. Per rifare le navi affondate occorrono anni, per rifare i sistemi che guidano le bombe occorrono anni, per rifare una esercito capace gli affrontare una battaglia di carri occorrono almeno novanta giorni di addestramento intensivo, che noi non abbiamo. L’unico risultato finora raggiunto era proprio quello che non volevamo: l’isolamento della Russia del resto del mondo che in questo momento ci detesta. Era stato autorizzato quest’uomo a fare affermazioni così gravi? Tutto quel che si sa è che a Mosca, come ai vecchi tempi, è in corso una caccia alle streghe e si cercano le spie dell’Occidente, si arrestano generali e alcuni uomini spariscono senza lasciar traccia.

Questa è la fotografia della realtà che dimostra quanto fossimo ingenui tutti noi che all’inizio dell’Operazione militare speciale dicevamo: quanto volete che possano resistere gli ucraini? Una settimana? Un mese? Per poi morire ed arrendersi? E a che scopo? E noi dovremmo rischiare la pace e la nostra sicurezza per un’avventura non solo senza speranza grondante sangue? I fatti li conosciamo: dopo aver constatato che i russi avevano inutilmente assediato Kiev senza poterci mettere piede dentro, l’Occidente ha preso la decisione di armare sempre più massicciamente gli ucraini affinché se la vedessero con gli invasori ad armi pari. C’è poi un altro elemento di cui si discute in questo momento in tutti i think-tank di teste pensanti e obiettive, ed è l’elemento umano. Il soldato. I russi trattano malissimo i loro soldati: li umiliano, li sottopongono ai capricci disciplinari di ufficiali spesso corrotti e non hanno in genere la più pallida del motivo per cui combattono. Al contrario, il soldato occidentale in battaglia, adottando il modello americano già visibile nella ultima guerra mondiale, è trattato come un signorino: fa turni accettabili e riceve cibo abbondante e ben equilibrato, una sanità da campo che non lascia indietro nessuno.

Questo modello è stato negli ultimi anni adottato in buona parte dagli ucraini che dispongono di ufficiali addestratori inglesi, americani e canadesi. I russi hanno visto anche questa differenza che ai aggiunge a quella delle armi. Inoltre, tre mesi di guerra hanno dimostrato che il sistema di comunicazione interno alle forze russe è scadente, mentre l’improvvisazione e il narcisismo dei singoli comandanti, lo ha detto il vecchio ufficiale alla Tv russa, sono spesso corrotti. La prova di questo handicap è visibile nell’uso massiccio di mercenari ceceni, siriani e in genere di quel tipo di soldati spietati che corrispondono al modello dei Gurkha nepalesi inquadrati nell’esercito imperiale britannico e detti appropriatamente “tagliagole”. I tagliagole furono la scoperta tattica alla fine della Prima guerra mondiale: le Sturmtruppen tedesche che ispirarono tutti i corpi speciali c compresi gli Arditi italiani costretti ad indossare gli avanzi di magazzino: c camicie nere per il combattimento notturno, pantaloni e stivali di cavalleria e fez avanzati dalla guerra contro i turchi per la Libia, ma che era stata accroccata da un certo maggiore Bossi che si era dovuto contentare di quel che c’era. Gli Arditi attraversavano a nuoto il Piave di notte con un coltello fra i denti (il poi famoso “coltello fra i denti”) e per tagliare le gole dei soldati nemici nel sonno.

Ora, l’esercito di tagliagole non serve più perché la tecnologia dei riconoscimenti elettronici e i Gps fanno tutto loro, basta averceli e i russi hanno scoperto sul terreno di essere delle cenerentole e che devono essere usati, come numero umano, in quantità decupla e anche morire dieci volte di più del nemico che usa armi di lusso ed è addestrato come atleta laureato in fisica. Tutto ciò ha pesato e pesa e ormai ha raggiunto lembi sempre più ampi della società russa allarmata specialmente dallo strazio di migliaia di madri che non hanno idea della sorte del loro ragazzo partito militare e inghiottito in una guerra feroce che si sta facendo più feroce proprio perché finalmente emergono segnali di possibile trattativa che spingono tutti i contendenti a conquistare posizioni più favorevoli, facendo crescere e non diminuire il numero delle vittime. Eppure, queste sono state le preconfezioni che hanno permesso non già alcuna mediazione – né del papa, né di Erdogan, né della Cina o di Israele, mas di Vladimir Putin che è l’unico attore dal quale tutti si attendono un segnale di disponibilità a trattare senza potersi dichiarare vincitore. Adesso i segnali arrivano e sono quelli raccolti analizzati e interpretati dal governo italiano per formulare il Piano in Quattro punti presentato ieri dal ministro degli Esteri Di Maio su istruzioni del premier Mario Draghi tornato dagli Stati Uniti con una investitura di fatto di leader europeo in grado di avviare una trattativa europea per risolvere un problema europeo.

La foga dell’antiamericanismo che vorrebbe la Cia e il Dipartimento di Stato al vertice del grande complotto contro la Russia e contro la pace è un elemento di puro colore. Gli americani stanno di malavoglia in Europa anche se appartengono alla cultura anglosassone che non cede di un millimetro in linea di principio, ma è pronta a trattare su proposte realistiche. Gli americani sono vincolati fin dall’amministrazione Obama con la Polonia che ha chiesto e quasi imposto lo stazionamento nelle sue pianure di una brigata americana super tecnologica la cui potenza è inaccessibile all’organizzazione militare russa. Quella brigata è stata mantenuta anche da Donald Trump che era per principio contrarissimo a una presenza militare in Europa, che considera una terra di parassiti e che non spendono un soldo per la propria difesa, ma che adorano farsi difendere dagli americani di cui poi dicono peste e corna. Persino il ministro degli Esteri russo Lavrov ha lanciato contro gli europei la stessa accusa. Sarcastica: gli europei sono talmente egoisti da non aver voluto spendere per la propria difesa e che poi hanno paura della loro ombra e chiamano gli americani.

I Democrats, molto cari alle sinistre italiane che odiavano Trump, il quale persegue l’isolazionismo dorato dell’America First, hanno un dente avvelenato con i russi per il fallimento dei piano di immaginaria democratizzazione alla maniera occidentale della Russia dopo il caotico periodo che accompagnò la presidenza del sanguigno e intrepido Boris Eltsin che fece da padrino all’uomo scelto dai vecchi quadri del Kgb e cioè il brillante tenente colonnello Vladimir Putin. In quello snodo vanno cercate le ragioni del bellicoso atteggiamento antirusso delle amministrazioni democratiche. Ma gli americani vedono molto volentieri un Draghi che faccia il pilota della fase in cui la speranza di trattare e arrivare al cessate il fuoco si fa vagamene concreta.

Il piano concordato a Washington sarebbe stato proprio questo: l’Italia lancia una proposta che permette a Putin di non essere umiliato ma che non gli permette di dichiararsi vincitore, un Ucraina in Europa e non nella Nato, delle soluzioni di “larghissima autonomia del Donbass e delle minoranze russofone, ma in una forma accettabile per l’Ucraina che – anche questa è una novità – è disposta a considerare il valore di scambio del suo patrimonio patriottico, purché si riaprano i porti, ripartano le navi del grano per l’Africa, i russi si ritirino con qualche soddisfazione che permetta loro di sostenere che l’Operazione militare speciale è finita e che si arrivi alle lunghe trattative di pace, senza ammazzare più nessuno, passando tuttavia attraverso un tunnel insanguinato per la necessità di conquistare posizioni di forza per poi trattare a tavolino. Poi seguirà un dopoguerra che dovrà ristabilire la forma del diritto internazionale e della sicurezza, ed è il quarto punto della proposta di Draghi e Di Maio, perché stavolta davvero nulla sarà più come prima, anche se nessuno è in grado di dire come sarà. Però intanto si chiude il capitolo delle sciocchezze sulla guerra nucleare e anche l’ingannevole processo alle cattive, ma ottime armi che hanno permesso agli ucraini di svelare all’Europa e al mondo quanto covava di falso e di mortifero nel vecchio ordine già gravido di nuove guerre.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.