Il carcere è un tempo dilatato, stecche di balena a sostenerlo e ossa di topo a contarne le articolazioni infinite. I secondi si spaccano come le molliche di formaggio nella cagliata spinte dal mestolo di un infaticabile pastore. Si espande il gorgoglio del caffè dentro la moka per una colazione che dura quanto due pranzi. Ore infinite sono gli spruzzi sotto la doccia. L’ora d’aria ha la consistenza di giorni d’autunno rinvigoriti dalla nebbia.

La galera non è una quarantena, è l’esilio peggiore dal mondo, da qualunque mondo. Una mancanza assoluta di abbracci vissuta fra gli estranei, un fiato che si mischia al puzzo di altri fiati senza vento alle finestre e senza luce attraverso vetri incrostati dalla polvere del dolore. Si sta chiusi per scontare i germi di una malattia più grave di qualunque infezione, non si fugge per sfuggire al morbo ma si sta inchiodati al muro per beccarsi le frustate di tutti i mali di un’umanità che è ancora in fuga, non si sa quando si troverà, se avrà il tempo di trovarsi.

In galera non si è più sicuri dal male, si è dentro il male continuamente, si è in una febbre cronica che sa solo alzarsi, che resterà nelle ossa dei carcerati per sempre. In galera la disperazione peggiore non è la colpa di avere sbagliato, ma la visione limpida di una società che non ha pietà per chi sbaglia, non di te che stai sottochiave, ma di se stessa. Una società che si lascia trascinare da maestri del rancore che vivono, o credono di farlo, senza bisogno di carezze perché ne disconoscono il sapore, e non le negano per punire ma solo perché non le hanno mai date, mai avute, e camminano fino alla fine lungo l’infinito corridoio di un carcere, consapevoli di non saper essere liberi.

La galera è una quarantena arredata senza i mobili che hai scelto tu, senza le foto in cui sei uscito meglio attaccate sui muri, senza i capricci dei tuoi figli, le litigate col tuo partner. La galera non è una quarantena che finirà quando l’altoparlante dalla strada strillerà che il pericolo è passato.

 

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