La conversazione è off the record, ma utile. Un ufficiale dei servizi della Navy, Marina militare americana dice: «In Europa fate una gran confusione fra Nato e Usa. A noi come forze armate americane non importa nulla della Nato, né dell’Europa. Noi siamo preoccupati per il nostro Paese da quando la Russia ha squilibrato la parità strategica. In questo momento, loro hanno la palla e noi siamo gli under dog. E dobbiamo sorvegliare le nostre coste e il traffico mondiale di navi con testate nucleari. Che cosa faccia la Nato non lo sappiamo e francamente neanche ci interessa. È il momento più brutto, peggiore della crisi di Cuba del 1962».

L’umore emergente negli Usa è dello stesso timbro: la guerra potrebbe scoppiare – teoricamente – se i russi cedessero alla tentazione del First Strike, il vecchio incubo: il primo colpo è la tentazione che una superpotenza militare può avere, come un giocatore di poker. Se hai una scala reale in mano, la tentazione è sbancare. Ma ci sono anche buone ragioni per evitare la tentazione: anche le scale reali del poker sono organizzate in modo tale che nessun giocatore può mai essere totalmente sicuro che qualcun altro abbia una scala migliore della sua. Per ora i russi hanno questa superiorità dei missili ipersonici e di una grande bestia da duecento tonnellate capace di arrivare a 38mila chilometri di distanza con una testata computerizzata pesante e capace di prendere decisioni autonome. Gli Stati Uniti e il Regno Unito – che si sappia – sono molto indietro anche se stanno lavorando a ritmo sostenuto per colmare il gap.

Nel frattempo, la Nato vera e propria agisce non secondo piani prestabiliti, ma alla giornata. Il fatto che Svezia e Finlandia abbiano deciso di entrare provoca per ora più rischi che vantaggi. Si tratta di nazioni i cui governi dichiarano di aver paura e di valutare i rischi derivanti dalla paura. La paura si conferma per ora come l’arma di distruzione di massa più efficace se è vero che persino la Svizzera, che si può considerare il campione mondiale della neutralità assoluta e del pacifismo (ben armato da un efficace esercito federale con molte riserve nucleari), ha deciso che i tempi sono cambiati e che un’assicurazione strategica è un eccellente investimento. Nella guerra di propaganda lanciata dai russi, sembra sempre che l’ultima loro invasione non abbia relazione con quella precedente. Ma se si mettono in fila gli interventi russi, sia sovietici che post-sovietici, a partire dalla prima guerra contro la Polonia del 1920, sono consistiti soltanto in una serie di progressive aggressioni fraterne, con l’unica eccezione dell’invasione tedesca, cioè dell’alleato che la Russia staliniana si era scelto come partner della Seconda guerra mondiale che non sarebbe potuta cominciare senza quella partnership.

Giova sempre ricordare che per i russi non esiste una “Seconda Guerra mondiale” ma una “Grande Guerra Patriottica”, che comincia il 21 giugno del 1941 perché si stende un velo pietoso su quel che accadde nel biennio dell’alleanza. C’è infatti da considerare un elemento geopolitico che specialmente da parte russa si finge di ignorare, ed è la paura: tutti i Paesi limitrofi del più esteso Paese del pianeta Terra che hanno assaggiato, sia sotto gli zar che dopo con l’Urss ed ora con la Federazione russa, il dominio di Mosca, vivono l’incubo che la storia si ripeta. La propaganda russa si sforza di far credere che l’estensione della Nato ad Est sia una perfida operazione aggressiva e imperialista voluta dagli americani, ma trascura di considerare che le “iscrizioni” alla Nato nascono dalla decisione di governi sostenuti dalle loro opinioni pubbliche che hanno paura della Russia. E questo dato di fatto noto a tutti, costituisce l’elemento geopolitico da cui la Nato trae una vaga direzione. Sono stato per quattro anni membro della delegazione parlamentare italiana presso la Nato e ho partecipato a infinite discussioni sulla sorte e l’opportunità stessa che la Nato esista, nella più gelida indifferenza del socio fondatore e cioè degli Stati Uniti che hanno espresso fin dal primo decennio di questo secolo il desiderio di liberarsi di questo costosissimo apparato. Anzi, per rendere più visibile il loro disinteresse, gli Usa sono stati per lungo tempo debitori della rata annua di iscrizione.

Della stessa idea era Donald Trump che rappresentava la tendenza sempre presente in America dell’isolazionismo: che vadano a farsi fottere gli europei che ci sfruttano e sbafano le nostre spese per la loro sicurezza, si facciano anche divorare dai russi, peggio per loro: questo era il suo esplicito ragionamento. La Nato era un cadavere su cui brulicavano le discussioni inutili e probabilmente sarebbe definitivamente morta se nel 2008 non ci fosse stato uno strano sussulto: la Russia, paese geograficamente anche europeo, aggrediva in Ossezia, un Paese europeo come la Georgia e vi installava guarnigioni armate per intimidire il governo di Tbilisi e farlo recedere dal proposito di chiedere l’adesione alla Nato insieme alla Ucraina. Quanto all’Ucraina, diversamente da quel che insistono a dire i russi, la Nato oppose un fermo no a Kiev quando avanzò la sua richiesta di iscrizione, per un motivo ovvio: l’Ucraina ha da quando è nata una situazione marcescente con la Russia che occupa di fatto con milizie senza bandiera e sostiene le minoranze russofone: quindi, far entrare l’Ucraina sarebbe stato un rischio mortale perché uno scontro con la Russia avrebbe fatto scoppiare la guerra mondiale.

Ed è esattamente quel che è successo: l’Ucraina è fuori dalla Nato, la Russia l’ha invasa e la Nato, in quanto tale, ha solo indicato un filo rosso (coincidente con i confini geografici dei Paesi membri e confinanti) da non oltrepassare: le armi e le munizioni sono inviate dalle singole nazioni o dall’Unione Europea, ma non dalla Nato che si ritrova una patata bollente senza avere una vera direzione e una struttura territoriale: non esiste infatti un territorio geografico della Nato, ma soltanto i confini politici dei partner che compongono l’Alleanza difensiva atlantica. Soltanto a metà marzo i Capi degli Stati maggiori del Belgio e dell’Estonia hanno aperto ufficialmente il Multinational Ammunition Warehousing Initiative per la sistemazione razionale di tutte le armi disponibili e la loro distribuzione nei Paesi alleati. Ma, e questo è particolarmente rilevante, nella quasi totale assenza degli Stati Uniti che manifestano il loro interesse geopolitico soltanto con le iniziative di sostegno e l’invio di armi deciso dalla Casa Bianca, oltre a un rafforzamento del contingente a stelle e strisce in Romania e Polonia.

Alla Nato si stanno strutturando degli organismi di raccordo militare come il Forward Presence (eFP) e altri organismi di sostegno come le forze di pronto intervento in caso di escalation come la Very High Readiness Joint Task Force e diversi gruppi di “forze pronte su presumibili campi di battaglia”. Ciascuno di questi gruppi è ancora malamente organizzato e dipende per rifornimenti e munizioni da retrovie incerte, su cui la presenza più attiva non è quella americana ma del Regno Unito.
Questo è il momento in entrambi i campi degli osservatori e dei programmatori di macchine robotiche self learning, capaci di imparare dall’esperienza e l’Ucraina sta diventando il più massacrante esempio di esperimento in corpore vili, direttamente sui nuovi strazianti dati della possibilità di resistere alla fame e alla sete di popolazioni urbane, la penetrazione della propaganda nemica, l’uso e l’efficacia delle notizie false e prefabbricate e il controllo dei media insieme quello della individuazione facciale di chi usa telefonini e computer per un censimento immediato dei singoli combattenti e dei resistenti.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.