“Stoltenberg? Cosa ci si può aspettare da un ventriloquo degli americani”. La perentoria affermazione non viene da un pacifista incallito ma da un uomo che ha trascorso buona parte della sua vita in divisa: il generale Giuseppe Cucchi. Generale della riserva dell’Esercito, già direttore del Centro militare di studi strategici, consigliere militare del presidente del Consiglio, rappresentante militare permanente dell’Italia presso Nato e Ue, consigliere scientifico di Limes. Una intervista “esplosiva”, la sua.

Generale Cucchi, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha affermato che la guerra in Ucraina potrebbe durare ancora a lungo, mesi, se non anni. Come interpreta questa uscita?
Le rispondo senza giri di parole. Stoltenberg è un segretario della Nato debolissimo, che è stato messo lì unicamente perché era prono ai voleri americani. E infatti, non solo l’hanno tenuto lì per un lungo periodo, ma gli han dato prima un rinnovo di due anni, poi hanno approfittato di questa occasione per dargli un ulteriore rinnovo di un anno. Quando parla Stoltenberg, è l’America che sta parlando, non è la Nato, in realtà.

Con l’uscita di cui sopra, Stoltenberg interpreta dunque un desiderata degli americani?
Esattamente. Anche perché fino al momento in cui noi non costruiremo un pilastro di difesa europeo che possa bilanciare il pilastro americano all’interno della Nato, le cose nella sostanza non cambieranno. Vede, la Nato ufficialmente è una struttura di parecchi Paesi che agiscono tutti a parità, in cui ognuno ha un diritto di veto. Ma tutto questo è solo sulla carta. Più o meno dall’anno 2000 in poi, la Nato si è trasformata profondamente. È diventata una specie di stella che ha gli americani al centro, dove ci sono solo dei rapporti bilaterali, oltretutto con ognuno di noi in concorrenza con tutti gli altri, per affermare che il mio rapporto bilaterale con gli americani è più forte del tuo. Sono gli americani che decidono sostanzialmente tutto all’interno di questa struttura.

In tanti, forse troppi, in queste settimane si sono avventurati nel definire che guerra sia quella che dal 24 febbraio è in corso in Ucraina. Lei che di guerre se n’intende, come la definirebbe quella in corso ad Est?
Come una guerra dispari. Una guerra che viene combattuta con sistemi e una mentalità di questo secolo dall’Ucraina e da noi, che siamo sia pur indirettamente già coinvolti fino al collo dietro l’Ucraina, e che viene combattuta con sistemi del secolo scorso dalla Russia. Ma sa, ognuno picchia il chiodo col “martello” che ha. Noi abbiamo un “martello” di un determinato tipo, estremamente tecnologico, supportato da una civiltà che dà un grande valore alla vita umana, al punto tale che diamo valore alla vita umana dei nostri soldati ma anche a quelli dei nostri nemici: cerchiamo di fare tra i nostri nemici, in ogni azione, meno morti possibile, il minor danno possibile. Dall’altra parte no. Dall’altra parte c’è l’idea che se non si riesce con le buone, diciamo così, poi parte il rullo compressore e non importa quante perdite abbiamo, non importa che cosa succede, tanto una guerra è comunque una cosa atroce, e prima o poi finisce sempre così da tutte le parti. È una guerra dispari in questo senso. Spaventosamente dispari in cui qualsiasi atrocità diventa possibile, come è già successo.

C’è una domanda che tutti si fanno da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina: qual è il vero obiettivo di Putin?
L’obiettivo è duplice, e poi credo che ce ne sia anche un terzo che non viene mai dichiarato ma che ormai diventa sempre più chiaro all’orizzonte.

Andiamo con ordine…
Il primo obiettivo è quello di amputare l’Ucraina di tutte le zone a maggioranza russa, e tagliarla fuori dal mare, completamente. Il secondo obiettivo è quello d’instaurare in quello che rimane dell’Ucraina, un governo fantoccio, guidato da un Quisling del posto, obbediente a quelli che possono essere i voleri della Russia. Ma questo è un obiettivo a cui, una volta sistemato bene il primo, Putin potrebbe anche rinunciare. Poi c’è un terzo discorso, importantissimo…

Vale a dire, generale Cucchi?
Putin, da persona intelligente qual è, ha individuato il fatto che questo conflitto ha accelerato la fine del potere degli Stati Uniti-Europa, quello, per dirla altrimenti, dei secoli dell’uomo bianco. Lui li ha fatti finir prima. Per cui dopo la guerra, noi ci troveremo con un mondo diviso in due, che vedrà noi Europa, gli Stati Uniti, l’Australia, la Nuova Zelanda e qualche altro raro Paese schierato dalla parte nostra, mentre tutto il resto sarà con la Cina, con l’India…Tenga poi presente un’altra cosa: noi andiamo incontro ad un periodo di terribili crisi in tutto il mondo arabo, ad esempio, in tutto il Maghreb e in Africa. La Russia ha ancora la capacità di “sfamare”. L’Ucraina non ce l’ha più. Quanto all’Europa, non ce l’ha ormai da cinquant’anni, da quando l’agricoltura europea è stata messa nelle condizioni, negative, di non poter più esportare cereali.

È la geopolitica dei cereali…
Non meno importante di quella del gas. La Tunisia il 45% dei cereali l’importa dalla Russia. L’Egitto credo che ne importi il 70%. Hanno un’arma di pressione che è fortissima verso tutto il cosiddetto Terzo mondo. Se il Terzo mondo vuole evitare la fame, deve schierarsi con la Russia. Anche se non si schiera ufficialmente, come l’Eritrea o come ha fatto la Corea del Nord, basta che si astenga. E l’astensione è qualcosa di molto chiaro. L’astensione è l’assenza di condanna. E allora si va verso un mondo di un tipo completamente differente, in cui la democrazia diventa un tesoro rarissimo da cercare disperatamente di difendere. E la si potrà difendere soltanto se si riesce a dimostrare che con la democrazia si ottengono risultati migliori di quelli che si ottengono con la democratura. Cosa molto difficile, visto come siamo messi.

Di Putin abbiamo detto. E Biden? Gli americani che obiettivi hanno?
Ne hanno uno che è fondamentale: tener sotto la Russia e non permetterle di riuscire a tornare sulla scena mondiale come un protagonista indiscusso. E poi c’è ancora dell’altro che ci riguarda direttamente come Europa…

A cosa si riferisce?
Della Russia ho detto. Ma se c’è qualcosa che gli americani temono, oltre la Cina, è il fatto che l’Unione Europea, che è complementare con la Russia, possa raggiungere con la Russia, in tempi di pace e in condizioni molto diverse, un accordo tale per cui l’insieme dei due diventa qualcosa di più forte addirittura della Cina, qualcosa che possa insidiare l’America first. Se lei guarda tutte le misure che vengono prese: l’embargo? Finisce che lo paghiamo noi, soprattutto Germania e Italia. I profughi? Noi ne prendiamo dei milioni, gli americani 80mila. E l’hanno venduto come un atto di somma generosità da parte loro. Ci vendono il gas liquido? Costa 5 volte il gas che compriamo dalla Russia. E non hanno intenzione di farci alcuna riduzione, anche perché questo rende le nostre industrie non più competitive con le loro. Gli americani uccidono due uccelli con una sola pietra. Facendo la guerra alla Russia, addomesticano l’Europa e le impediscono di crescere.

Da questo punto di vista, l’ipotetica difesa comune europea…
Intanto rinforzerebbe la Nato enormemente. Perché avere uno strumento comune significa potere utilizzare con maggiore efficacia i mezzi che noi abbiamo a disposizione. Che sono mezzi considerevoli. Se guardiamo ai bilanci, i bilanci riuniti dei Paesi dell’Unione Europea per la difesa, portano la spesa dell’UE per la difesa al secondo posto al mondo, più o meno in concorrenza con la Cina. Dal punto di vista finanziario, ci saremmo. Abbiamo una tecnologia che è pari o superiore a tutte le altre tecnologie del mondo. Il 90% del personale Nato già schierato in operazioni dell’Alleanza è europeo. È stato così, ad esempio, nella ex Jugoslavia. Non è stato così in Afghanistan, operazione in cui siamo stati tirati dentro in maniera surrettizia. O in quella dell’Iraq, in cui la gran parte dell’Europa non ha voluto partecipare, a parte gli inglesi che sono tutto un discorso differente, e che io non ho mai considerato europei. Un sistema di difesa comune europeo porterebbe a poter esprimere un parere con forza. E porterebbe ad avere il coraggio di gettare sul tavolo, quando è necessario, la “carta rossa”.

Di che carta si tratta, generale Cucchi?
La “carta rossa” è il dire “No”, metto il veto. In teoria qualsiasi Paese Nato ha il diritto di porre il veto a qualsiasi azione dell’Alleanza. Noi non abbiamo avuto il coraggio di farlo. E abbiamo finito col combattere due guerre contro noi stessi. La prima è stata la guerra del Kosovo, in cui ce la siamo presa con i serbi che per centinaia di anni erano stati nostri alleati per impedire che l’influenza tedesca nei Balcani scendesse al di sotto della Croazia. Noi e la Francia avevamo i serbi per fermare i tedeschi. Quella volta gli siamo saltati addosso, li abbiamo distrutti, e il risultato è che sono arrivati fino ad Ankara. L’altra guerra che abbiamo fatto contro di noi, è quando abbiamo partecipato a quella in Libia. Guardi quel che è successo dopo: abbiamo perso un’area d’influenza italiana, regalandola da un lato alla Turchia, gliel’abbiamo restituita, e dall’altro lato ai russi e agli egiziani.

Per ultimo. Il presidente dell’Ucraina, Zelensky, intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha invocato una “Norimberga” con Putin sul banco degli imputati…
Zelensky gioca il suo ruolo, lo fa molto bene, da attore consumato com’è. Lui deve chiedere che Putin venga incriminato. Ma Putin è anche la persona con cui trattare la pace. Ci sono parole, giudizi, a volte insulti, che non possono essere utilizzati in un altro contesto, soprattutto da Paesi che avrebbero l’aspirazione di fungere da mediatori. Io sono rimasto inorridito quando il ministro degli Esteri italiano, sia pur indirettamente, in una risposta ha accettato che si qualificasse Putin come un cane rabbioso. Forse così ci si accredita agli occhi di Biden, ma non si favorisce certo una soluzione di pace.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.