Sullo Houston Chronicle, Rebecca Carballo riporta l’opinione di Mark Zandi, capo economista di Moody Analytics, l’unità di ricerca dell’agenzia di rating. Secondo Zandi, le politiche di Trump sono state al massimo «una verniciata alla bell’e meglio». Perché? Trump, sostiene il chief economist di Moody Analytics, è stato senz’altro capace di «pompare» un’economia in crescita con i tagli fiscali del 2017. I tagli fiscali hanno rappresentato la più grande riduzione della tasse alle imprese nella storia degli Stati Uniti (dal 35% al 21%) e hanno abbassato le tasse per la maggior parte degli americani (in particolare per i ricchi).

L’impatto dei tagli fiscali, è stato tuttavia controbilanciato (e minato) dalla politica commerciale e dalle politiche migratorie di Trump, dice Zandi. Moody Analytics stima che la guerra commerciale con la Cina sia costata agli Stati Uniti circa 300.000 posti di lavoro e abbia tagliato lo 0,3% del tasso di crescita economica. In aggiunta, mentre il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina si è ridotto, è cresciuto con quasi tutti gli altri principali partner commerciali, crescendo perciò complessivamente. Le politiche migratorie restrittive, che hanno limitato l’immigrazione illegale e anche quella legale, hanno indebolito la forza lavoro e la crescita della produttività, afferma Zandi.

Per esempio, circa un anno fa è esploso un boom delle costruzioni del Sud, ma diversi Stati hanno patito una carenza di lavoratori in un’industria che si fonda ampiamente sul lavoro degli immigrati. Se fosse stato disponibile un maggior numero di lavoratori, dice Zandi, il settore edile, i posti di lavoro e l’economia sarebbero cresciuti molto più rapidamente. Nel frattempo, la lotta per il primato tecnologico è diventata l’elemento centrale della relazione tra Pechino e Washington. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.