La diplomazia dei cannoni può sembrare un ossimoro ma non lo è. Si vis pacem para bellum, dicevano i latini, se vuoi la pace prepara la guerra. Quindi, mentre Roma diventa lo snodo di un passaggio diplomatico chiave come definire il ruolo neutrale della Cina rispetto all’invasione russa – a questo sono servite le sette ore di colloqui lunedì tra il consigliere per la sicurezza della Casa Bianca Jack Sullivan e Yang Jiechi, il responsabile della politica estera del partito comunista cinese – e nelle ore in cui lo stesso Sullivan si confrontava a palazzo Chigi con il premier Draghi, sono diventate pubblici i nuovi ordini le ultime disposizioni del generale Bruno Pisciotta, capo di stato maggiore dell’Esercito. Due pagine che probabilmente dovevano restare coperte da segreto e invece sfuggite ai canali riservati. Due pagine che ci dicono quando le nostre forze armate siano pronte a un intervento militare sul campo e sotto, ovviamente, l’ombrello Nato.

La circolare ha come oggetto “evoluzioni sullo scacchiere internazionale”. I destinatari sono lo Stato maggiore dell’Esercito, il Comfoter Coe e per conoscenza dieci comandi militari, logistici e forze operative. «A seguito dei noti eventi in argomento – si legge – l’Autorità di vertice ha stabilito di attuare, con effetto immediato, tutte le azioni di competenza nei settori di seguito specificati». In relazione al “personale”, si chiede di bloccare i congedi perché «in un momento caratterizzato dall’intensificarsi delle tensioni geopolitiche, deve essere effettuato ogni sforzo per avere disponibili tutte le capacità pregiate». In questo contesto, sono da privilegiare «i Reparti che esprimono unità in prontezza nei prossimi due anni». Queste unità, devono essere «alimentate al 100% con personale ready to move, senza vincoli di impiego operativo». In relazione all’“addestramento”, “tutte le attività devono essere orientate al warfighting”. Abolite e rinviate tutte le esercitazioni «non specificatamente indirizzate al mantenimento delle capacità operative». I reggimenti di artiglieria devono essere «pronti ad operare sia nel ruolo di supporto diretto che in quello di supporto generale». È raccomandata anche l’affiliazione addestrativa /operativa dei Battaglioni delle trasmissioni alle Grandi Unità (cioè alle Brigate, ndr)”.

I battaglioni coinvolti dovranno avere “gli stessi livelli di prontezza dei Comandi supportati”. In relazione all’ “impiego”, oltre alla richiesta di “omogeneità” e di evitare “il frazionamento delle unità coinvolte”, si chiede di accelerare «la disponibilità operativa del 52 reggimento artiglieria Torino (della Folgore, ndr) dando priorità alle batteria semoventi (cioè i carri armati) anche utilizzando le potenzialità formative/addestrative dell’8° reggimento artiglieria Pasubio». I sistemi d’arma, infine. La circolare dispone che siano raggiunti e mantenuti i massimi livelli di efficienza di tutti i mezzi cingolati, gli elicotteri (con focus sulle piattaforme dotate di sistemi di autodifesa) e i sistemi d’arma dell’artiglieria”. La circolare spazza via ogni dubbio circa la nostra presenza per rafforzare il fronte est della Nato e i nostri aiuti alla resistenza ucraina. Ci siamo dentro fino al collo, convintamente e con le nostre eccellenze militari.

Lo Stato maggiore dell’Esercito ieri ha fatto una nota per spiegare che si tratta di “un documento ad esclusivo uso interno, di carattere routinario, con cui il Vertice di Forza Armata adegua le priorità delle unità dell’Esercito, al fine di rispondere alle esigenze dettate dai mutamenti del contesto internazionale. Trattasi dunque di precisazioni alla luce di un cambiamento che è sotto gli occhi di tutti”. Ma ciò che è routinario per un militare, può essere eccezionale per un civile. E far sembrare sempre più vicina una guerra che finora la maggior parte di noi vede in tv grazie ad eroici reporter, fotografi, cameramen e giornalisti che stanno contando le loro vittime (ieri la terza vittima). La lettera di disposizioni del Capo di Stato maggiore dell’esercito porta la data del 9 marzo. Il fatto che sia circolata ieri potrebbe essere solo una coincidenza utile a mostrare l’unità, la potenza e la compattezza del fronte Nato. Italia compresa. Di più: in prima linea. Accadono fatti diversi che vanno però letti come parole di un unico messaggio. Jack Sullivan, il consigliere per la Sicurezza Usa era in “missione” diplomatica a Roma, lunedì col governo cinese e ieri a palazzo Chigi dove ha incontrato prima l’ambasciatore Mattiolo e poi il premier Draghi.

Oltre alla «ferma condanna per l’aggressione ingiustificata da parte della Russia e la necessità di continuare a perseguire una risposta decisa e unitaria nei confronti di Mosca”, Draghi e Sullivan hanno “intensificato ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico». Sempre ieri, e nelle stesse ore, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha fatto una conferenza stampa per riassumere la situazione: «Ci sono 100.000 soldati americani sul territorio europeo e circa 40.000 truppe sotto controllo diretto della NATO a est Europa. Tutto questo ha un unico messaggio: un attacco a un alleato riceverà risposta da parte di tutti gli alleati. Dobbiamo garantire che il deterrente nucleare della Nato rimanga efficace». Sono messaggi che vengono letti quasi contestualmente a Mosca e a Kiev. Rassicuranti per Zelensky (che ieri ha detto no alla Nato), preoccupanti per Putin. Sono le condizioni migliori per far lavorare la diplomazia? Il 24 marzo Joe Biden sarà a Bruxelles per un vertice Nato e per il Consiglio europeo. Stati Uniti ed Europa sempre di più una cosa sola.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.