Non resterà senza conseguenze la scelta della maggioranza di obbligare le forze politiche non presenti in Parlamento a raccogliere un numero di firme più elevato per poter presentare proprie liste elettorali nei collegi plurinominali. Certo, l’obiettivo è condivisibile: evitare l’eccessiva proliferazione di liste, buone a raccattare ogni tipo di consenso. Ma è lo strumento sbagliato. Si tratta di una scelta irragionevole e discriminatoria che (forse unica) potrebbe per questo essere censurata dalla Corte costituzionale. Irragionevole perché snatura la funzione della raccolta delle firme.

Il suo numero, oggi fissato in almeno 1.500 per collegio elettorale per impedire (in negativo) la presentazione di liste che non dimostrino loro tramite di essere appoggiate inizialmente da un minimo di elettori, non può essere, infatti, elevato in misura tale (almeno 6.000) da trasformarsi impropriamente (in positivo) in una barriera di accesso alla competizione elettorale di fatto insuperabile. Basta prendere la calcolatrice: raccogliere almeno 6mila firme per presentarsi in ognuno dei 49 collegi plurinominali alla Camera significa dover ottenere almeno 294mila firme, cioè più dell’1% dei 28 milioni che sono andati a votare nel 2022, cioè più dei voti (254.127) grazie a cui Noi moderati è entrata alla Camera. Lo stesso, ovviamente, vale per il Senato, dove occorreranno 154mila firme (6mila per 26 collegi plurinominali). Se a tutto ciò aggiungiamo che le firme dovranno essere raccolte sulle liste dei candidati già compilate e in via cartacea, anziché digitale, ci si rende agevolmente conto di come un requisito oggi fissato in misura tale da limitare la presentazione di liste è stato portato a un livello tale da coincidere di fatto con i voti necessari per accedere alla distribuzione dei seggi, con evidente snaturamento della sua finalità.

A ciò va aggiunta la discriminazione che le forze politiche non presenti in Parlamento subirebbero rispetto a quelle che invece lo sono in modo surrettizio, grazie ad escamotage regolamentari. È ragionevole, infatti, che dalla raccolta delle firme siano esentati i partiti già costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle Camere, nell’indiscutibile presupposto che esse abbiano un significativo consenso tra gli elettori. Meno ragionevole è, invece, permettere a forze politiche che non si sono mai presentate dinanzi agli elettori di poter raccogliere il numero di firme oggi previsto (dunque almeno 1.500 anziché 6mila) solo perché hanno potuto costituire una loro componente politica alla Camera sfruttando il simbolo elettorale di un partito semisconosciuto. Il riferimento, tanto per non fare nomi e cognomi, è a Futuro nazionale di Vannacci, che ha potuto costituire alla Camera un suo gruppo nel Misto grazie all’alleanza con Free, che si era presentato alle elezioni del 2022, anche se tale lista ovviamente non aveva ottenuto nessun eletto.

Da qui l’evidente discriminazione tra forze politiche ugualmente non presentatesi alle elezioni, alcune soggette all’onere di raccogliere almeno 6mila firme per collegio, altre invece che ne possono raccogliere appena un quarto (1.500) solo perché hanno trovato un simbolo elettorale compiacente dall’infimo consenso elettorale. Una differenza numerica così sensibile che aggrava ulteriormente la discriminazione qui denunciata. Poiché però è scontato il ricorso alla Corte costituzionale su questo e altri profili, così come è parimenti scontato che il Presidente della Corte farà in modo che la decisione arrivi al più presto, così da scongiurare il rischio di andare a votare con una legge elettorale poi magari dichiarata incostituzionale, forse sarebbe il caso per prudenza di attendere comunque il suo giudizio.