La polemica
Scontro tra Ascani e Pozzolo: l’uso del femminile non è solo grammatica ma buonsenso
Alta tensione alla Camera durante le votazioni sugli ordini del giorno del piano casa. Ma a far saltare i nervi a Montecitorio stavolta non è stato un emendamento, bensì la grammatica (o presunta tale). L’aula ha ospitato un acceso scontro diretto tra la vicepresidente di turno, Anna Ascani (Pd), ed Emanuele Pozzolo, esponente di Futuro Nazionale.
Il casus belli? Un rigido, quasi provocatorio, “Signor Presidente”. Rivolgendosi alla presidenza, Pozzolo ha optato per il maschile sovraesteso, scatenando l’immediata reazione di Ascani: “Dica ‘signora presidente’, altrimenti va bene presidente”. La replica di Pozzolo non si è fatta attendere, ribadendo il “Grazie, signor Presidente”. A quel punto, Ascani ha risposto con una provocazione speculare, chiamandolo “collega deputata Pozzolo” e richiamandolo all’ordine per due volte. L’episodio della Camera non è che l’ultimo capitolo di una guerra culturale che in Italia si combatte a colpi di desinenze. Da un lato, la destra difende il maschile come baluardo di neutralità istituzionale; dall’altro lato, la sinistra rivendica la declinazione femminile come atto dovuto di visibilità, riconoscimento e promozione della parità di genere. Se è vero che l’Accademia della Crusca riconosce la legittimità storica del maschile per le cariche nate in contesti storicamente preclusi alle donne, è altrettanto vero che i linguisti ribadiscono da anni che forme come “Sindaca”, “Ministra” o “Assessora” sono grammaticalmente impeccabili. La lingua italiana è viva, flessibile e strutturata per accordare il genere al sesso di chi compie l’azione.
La vera questione, dunque, si sposta dal piano linguistico a quello del rispetto istituzionale e personale. Al di là dei manuali di retorica, resta un nodo di puro buonsenso: è giusto adeguarsi alla richiesta di chi ricopre il ruolo? Quando un’istituzione – uomo o donna che sia – esprime una preferenza legittima e fondata sulle regole della propria lingua, la persistenza nel rifiutarla smette di essere una difesa della tradizione e diventa una scelta politica deliberata, se non una provocazione. È opportuno ricordare che, poco dopo il suo insediamento, Giorgia Meloni ha formalmente chiesto e ottenuto di essere definita “il Presidente del Consiglio”, e il centrosinistra ha (pur con qualche malpancismo) registrato la scelta. Il rispetto per le istituzioni dovrebbe essere bidirezionale. Chiamare “Signora Presidente” una donna che presiede l’emiciclo non è una concessione al politicamente corretto: è, banalmente, italiano. E, soprattutto, è educazione istituzionale.
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