Violenza domestica: se ne parla molto più che nel passato ma non illudiamoci che questo basti a risolvere il problema e a lavarci le coscienze. Il rapporto della Commissione parlamentare sul femminicidio, presentato l’altro giorno, ha messo in evidenza quanto diffuso sia il fenomeno e quanto la società tutta (dalle famiglie ai Tribunali) sia ancora impreparata a gestire il problema nella maniera più efficace e a difendere donne e bambini da quello che la professoressa Caterina Arcidiacono, docente di Psicologia sociale alla Federico II e coordinatrice del corso di perfezionamento in perizia e Ctu presentato nell’ambito del Protocollo Napoli, definisce «fuoco amato». Qualcosa di più imprevedibile del fuoco amico, di più subdolo e per questo più difficile da arginare. I dati dicono che in Italia su 300 omicidi 120 hanno come vittime donne e avvengono nell’ambito della sfera domestica. Questo vuol dire che una donna su tre è vittima di un uomo.

I casi di violenza di genere che non sfociano in omicidi sono ancora più diffusi, e ancora poco denunciati. In Campania se ne calcola uno ogni 2,90 giorni. La violenza domestica finisce così per essere una violenza invisibile: non se ne parla, non arriva nei tribunali, non consente di prevenire tragedie più grandi. Perché? «Rientra nei comportamenti sociali diffusi nella società patriarcale – spiega la professoressa Arcidiacono – Vengono considerati atti privati, non li si vede e quindi, di conseguenza, non li si cerca». È una violenza che si tende spesso a giustificare, per questo a tacere. «La nasconde la vittima per salvaguardare il decoro della famiglia o la propria dignità personale, è nascosta dagli autori perché è considerato un fatto di minor peso. C’è sempre una giustificazione per non ritenerla una colpa. Inoltre – aggiunge Arcidiacono – socialmente viene considerato un atto irruente che è partito da solo, un’alterazione occasionale e mai un atto stabile. Per cui, collegandolo alla occasionalità, si tende per il singolo caso a non creare chissà quale problema». A ciò si aggiunge la vittimizzazione secondaria, quella causata dalle procedure che le istituzioni attivano in seguito a una denuncia di violenza.

A farne le spese sono le donne vittime di violenze fisiche, verbali o economiche, e i figli costretti, in nome della bigenitorialità, a rinunciare a una vita serena e libera. «La bigenitorialità è sicuramente un salto in avanti rispetto al passato in cui erano riconosciuti solo i diritti delle madri, ma dobbiamo calcolare ora anche i danni che si causano quando la bigenitorialità diventa uno strumento di offesa alle madri in nome del diritto del padre di vedere il figli – spiega l’esperta – Perché ci si dimentica che la bigenitorialità è un diritto del figlio, è legata al diritto di un figlio ad avere dei buoni genitori». Sullo fondo resta forte l’impronta patriarcale della nostra società. «A differenza del passato abbiamo oggi un diritto di famiglia che pone marito e moglie sullo stesso piano per diritti e doveri ma il contento sociale è ancora in fieri, il mondo non è poi cambiato così tanto», osserva la professoressa Arcidiacono. «C’è una violenza domestica da eccesso di abuso di quella che una volta era riconosciuta come autorità maritale e una violenza domestica da disorientamento, attuata da uomini ancorati a un certo modello di mascolinità o paternità e che in un contesto che non li riconosce più come tali non riescono, per ragioni affettive o per fatto sociale, a entrare in una dimensione di relazione in cui la loro donna sia venuta meno, non accettano l’autodeterminazione della loro partner».

Come fermare e prevenire questi drammi? «Occorre intervenire con una coscienza sociale tempestiva. Con la Federico II abbiamo realizzato un progetto “Un attimo prima”, consisteva in un videogame da far giocare a uomini i quali si ritrovavano prima nei panni del padre e poi del figlio e così si rendevano conto di quanto la loro violenza fosse dannosa per il bambino», spiega Arcidiacono. «Oggi tutti fanno qualcosa, ci sono vari progetti in campo tra forze dell’ordine, servizi sociali, università, scuole. Serve però una sinergia istituzionale- conclude – Servono competenza, formazione, integrazione e fare poi un piano di intervento sinergico»,

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).