Sta prendendo quota un movimento politico-culturale di stampo trumpiano anche in Italia e non è solo di destra. Nel cuore classico del costituzionalismo, il Presidente spodestato ha riesumato la vecchia coppia oppositiva legalità-legittimità imponendola come asse centrale nella vicenda politica. Contro le elezioni truccate e i pronunciamenti del potere giudiziario che hanno confermato la correttezza delle procedure elettorali, i repubblicani hanno rivendicato la legittimità sostanziale della ribellione violenta. Una fetta consistente di popolo giustifica anche azioni di rivolta e sabotaggio contro un potere descritto come abusivo che si maschera dietro una falsa idea di legalità.

Nel lessico giuridico occidentale la parola legittimazione, intesa come canone di fondazione etico-sostanziale che è superiore rispetto alla legalità meramente procedurale, “ha preso un suono arcaico”, come ha scritto un grande studioso dell’obbligo politico, Alessandro Passerin D’Entrèves. Questa obsolescenza del concetto di legittimazione si riscontrava perché, nelle democrazie consolidate e secolarizzate, sembrava archiviato ogni schematismo binario (procedura-sostanza, regole-valori, legge-Verità) che invece risorge inopinatamente oltreoceano sino a rendere calda e imprevedibile la politica americana di oggi. Nel dibattito pubblico italiano sono molteplici i contestatori della “tecnocrazia” che rispolverano nozioni scivolose come quella di legittimazione contrapposta alle dimensioni procedurali.

Di recente il rettore di una università pubblica ha imputato al Presidente Mattarella, protagonista di “eventi non del tutto limpidi”, la responsabilità di aver favorito l’ingresso in una “repubblica delle banane” retta “da una oligarchia ricca e corrotta”. Comprensibile, dinanzi al vertice dello Stato che accarezza un cupo “paesaggio caraibico”, il passo ulteriore del novello Concetto Marchesi: esortare i giovani alla rivolta. Un articolo del rettore si intitola “a scuola riprendono le occupazioni: finalmente!”. Sfidando il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, egli dice, senza giri di parole, di “sperare che i nostri ragazzi imparino presto a capire la differenza tra illegale e ingiusto: anche, perché no, occupando scuole e università”. Il rettore respinge la cultura della stretta legalità propria di chi ricopre un incarico istituzionale (“Lo confesso: sono reo di lesa maestà”) perché si sente protetto da un’etica superiore che lo autorizza a invocare le legittime occupazioni e a censurare il traditore inquilino del Quirinale (“Quale Costituzione ha difeso Mattarella in questi sette anni?”). Al lessico del cattolico che se la prende con i giornalisti “genuflessi coi turiboli”, il Magnifico aggiunge anche il sottocodice di un gergo giovanilistico (“il capo della comunicazione del Quirinale si è scomodato a blastarmi”).

Intervenendo “scherzosamente su Twitter” contro il messaggio di Mattarella, il rettore rivendica di agire in nome di una superiore verità. Con un “fiume di retorica dolciastra e autocelebrativa”, Mattarella sa solo nascondere il vero, farsi complice del brutto dispotismo liberista. Tutto ciò “succede nelle finte democrazie, dove la propaganda prende il posto della verità”. Apostolo della Verità e della Giustizia, il Magnifico Rettore combatte contro la menzogna, l’errore, la stringente legalità che nasconde la trasfigurazione della repubblica. Il teologo che si è radicalizzato lancia il grido di ribellione per svegliare “il popolo docile” incapace di respingere una finta democrazia in cui si sperimenta “la stretta securitaria” e la “totale inutilità” del rito elettorale. Il rettore si rivolge contro il Quirinale perché ha la certezza di essere con il suo cinguettio la sola voce autentica della Verità. Il suo spirito moraleggiante conduce alla riprovazione totale di una classe dirigente che mostra una “sconcertante incapacità di leggere il movimento della storia”. Ecco.

Il Magnifico è trascinato verso la Verità da un irrefrenabile moto provvidenziale e deve subire la “gogna dei giornaloni” perché con 140 caratteri è in grado di decifrare lui solo il movimento della storia. Quando il conflitto politico si svolge secondo lo schema di una legittimazione che ritiene di incarnare un momento eticamente superiore alla sfera della legalità si scivola facilmente in una declinazione bellica del politico. Non è un caso che, nel quadro della sua teologia politica, sia stato Carl Schmitt a riflettere sul contrasto esplosivo legalità-legittimità per smontare le procedure competitive proprie di uno Stato liberaldemocratico che concede ai diversi partiti pari opportunità e quindi equivalenti chance competitive giocabili in un libero confronto sorretto dal principio di maggioranza. La visione di Schmitt puntava a irridere il canone della legalità, delle procedure, della regolare competizione per tenere aperta la via del politico inteso come criterio irriducibile alle regole del gioco. Contro le aporie del principio giuridico di legalità, Schmitt evocava la latenza di un diritto di resistenza verso ogni vana pretesa di spegnere il conflitto entro una procedura competitiva che risolve le controversie con il conteggio aritmetico delle maggioranze.

Un suo allievo anche lui con giovanili simpatie naziste, Ernst Forsthoff, ha scritto che nel complesso dopo la caduta dei regimi democratici e la loro rinascita nel secondo dopoguerra “la problematica, espressa dal rapporto fra legalità e legittimità, è attualmente obsoleta”. Quelli che Bobbio chiamava “gli universali procedurali della democrazia” hanno sorretto in Occidente un grande conflitto di classi, di ideologie che è stato tutto giocato entro il circuito formale della legalità e nel rispetto della eguaglianza di chance. I nipotini di Schmitt come Agamben e Cacciari respingono le categorie kelseniane che sono alla base delle liberaldemocrazie post-belliche e ritengono ormai vicino uno stato di eccezione nel quale il principio di legalità salta completamente e nel vuoto di sostrato ogni gioco deve trovare la propria autolegittimazione. In un mondo nel quale il fatto non esiste, tutto si dissolve in un gioco nichilistico privo di fondamento. Nessuna procedura è più vincolante e niente vincola all’infuori della volontà di potenza di ciascun giocatore, che aspira a dare ordine ai fatti con i ritrovati di una volatile decisione sovrana.

Attorno alla categoria di tecnocrazia e di dittatura tecno-sanitaria sorgono immagini deformanti e inquietanti. Le riprese di La7 mostrano un professore pieno di dubbi (anche se non proprio cartesiani) che senza precauzioni cammina scalzo per le sudicie strade di Torino (un vero intellettuale con i piedi per terra). Le telecamere riprendono il ribelle docente in canottiera e mutandoni (un biogiurista coi fiocchi) che sta per immergersi, con la sua nuda corporeità, tra le acque del dio Po e nuotare contro i liquami verdastri in difesa del bene comune. Con un bel gesto di coraggio civile, questo chierico che non tradisce apostrofa il Presidente della Repubblica come un “bandito”. La magistratura, troppo presa dalle scrupolose indagini sugli scontrini delle mutande acquistate dai consiglieri leghisti, non osa intervenire per sindacare attorno alle parole di un civilista in mutande, ma con regolare scontrino, che aggredisce i simboli della statualità intesa come dispositivo di oppressione nelle mani di tre “banditi” raffigurati alla sbarra.

Il movimento di Cacciari e Mattei invoca la resistenza e lo fa con metafore tecnicamente eversive che, secondo un copione collaudato, denunciano la fine della vera legalità (ciò giustifica la “mobilitazione popolare per il ripristino immediato dello stato di diritto”), stigmatizzano la presenza di un potere illegittimo e abusivo («il diritto di resistenza dei Cittadini che deriva dal dovere stesso di difesa delle istituzioni”), convocano il vero popolo omogeneo tradito dalle élite sleali. “La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione – si legge nell’appello per la manifestazione -, è diritto e dovere di ogni cittadino”. Lo schema è quello della teologia politica, della resistenza in nome della legittimità. Cacciari è la firma di punta della Stampa e dell’Espresso, è la voce più altisonante del partito di “Otto e mezzo” ed è sempre di casa a “Carta Bianca”.

Ora guida un movimento di piazza che con suggestioni bellicose propone addirittura la nascita del Comitato di Liberazione Nazionale (“Esercita il tuo dovere di resistenza civile a difesa della Costituzione! Viva le piazze costituenti del comitato di liberazione nazionale»). Dinanzi al grottesco, e anche tragico, attacco al cuore della Repubblica, sfidata in nome della carica liberatrice di inquietanti “piazze costituenti”, i vari Damilano, Gruber, Berlinguer, Giannini non hanno proprio nulla da dire su come i media fabbricano i nemici della democrazia liberale?