Quando ero un giovane sindacalista partecipai ad un corso di formazione sulla contrattazione del cottimo e delle qualifiche. Durante le lezioni si effettuavano anche delle trattative simulate per imparare ad argomentare le proprie posizioni: uno di noi impersonava il sindacalista, un altro il padrone. Quando questo ruolo veniva svolto da un giovane operatore di Milano (di cui non faccio il nome perché ricordo solo il cognome, poi non mi sembra corretto fare dell’ironia su di una persona che, se vive, ha la mia veneranda età) tutto il sistema andava in crisi, perché ‘’il padrone’’ riusciva solo a dire: «Non vi concedo nulla». L’istruttore, allora, interveniva invitandolo ad articolare di più il discorso, altrimenti il negoziato sarebbe finito subito. Ma non c’era verso di convincerlo.

Questa scenetta sepolta dai decenni trascorsi mi è tornata in mente assistendo al confronto, all’interno della maggioranza, sul decreto enciclopedico – finalmente varato – che, per non correre il rischio di dover cambiare nome lungo tutto lo scorrere del calendario, si accontenta di essere intestato al «rilancio» (non è chiaro di che cosa). Tutto sommato, le argomentazioni che usano gli esponenti del M5S per sostenere le loro posizioni politiche – salvo fare delle clamorose retromarce – ricordano il semplicismo del giovane sindacalista che non sapeva svolgere il ruolo del padrone. Quale è l’atteggiamento dei pentastellati sul Mes sanitario? «Il problema è un altro – pontifica Giggino Di Maio – noi abbiamo bisogno di 1.000-1.500 miliardi». D’accordo.

Nel frattempo a prendere quei 36 miliardi – pochi, maledetti, subito – l’Italia potrebbe risparmiare tra 500 e 600 milioni di euro all’anno per dieci anni sulla spesa per interessi. Inoltre – come ha fatto notare l’autorevole Istituto Bruno Leoni – un rifiuto del Mes (alle condizioni favorevoli previste) avrebbe dei riflessi negativi per il Paese: «Vedendo che nonostante la situazione drammatica l’Italia – ha scritto l’Ibl – rifiuta i “soldi gratis” del Mes nel nome di una diatriba politica interna, gli investitori internazionali potrebbero convincersi che il nostro Paese non sta prendendo la situazione con la dovuta serietà. E dedurne che non ci si può fidare di noi».

I più sempliciotti dei pentastellati fanno il verso ai (non) argomenti di Matteo Salvini, il quale insiste nel dire che non crede all’assenza di condizioni-capestro (‘’pagheremo l’adesione al Mes col sangue’’) e che prima o poi la svendita degli interessi del Paese ad Angela Merkel verrà a galla (parola del Capitano!). Affermazioni in cui non vi è traccia di ragionamento politico, ma solo di consapevole menzogna o di inveterata superstizione. Passando alla pantomima della sanatoria per gli immigrati alla fine un accordo si è trovato, prima che il raccolto del 2020 andasse in malora del tutto. E’ arcinota l’indisponibilità degli italiani ad adattarsi a quelle dure mansioni (prima della Guerra civile americana ci fu un proprietario terriero del Vecchio Sud che giustificava lo schiavismo per motivi climatici: solo i neri avevano l’assetto fisico in grado di raccogliere il cotone quando faceva caldo).

E che dire del caso Bonafede-Di Matteo? I militanti grillini non riescono a scegliere tra i due ‘’manettari di Dio’’. E’ scattato il solito riflesso pavloviano: se un procuratore sanfedista lancia delle accuse tanto gravi, qualcosa di vero dovrà pur esserci. Persino il ministro stenta a difendersi, come se non potesse permettersi neppure l’azione che è a disposizione di tutti gli italiani che si sentono diffamati: la querela. Ma tutto lo squallore di questi anni si raccatta nell’immondezzaio del decreto anti-scarcerazioni. Intorno a questa iniziativa si è sviluppata la solita campagna mediatica volgare e approssimativa, abusando del pressapochismo dei dati, senza tener conto dei chiarimenti forniti in sede ufficiale dal Garante dei detenuti, ma inseguendo il fanatismo forcaiolo che ha contagiato l’opinione pubblica. Non mi spiego come abbia potuto il presidente della Repubblica firmare quel testo.

In un’epoca in cui il coronavirus ha spazzato via tutti i diritti sanciti dalla Legge fondamentale, si usa un caso di cronaca per sfasciare l’ordinamento giudiziario, manomettendo il ruolo dei giudici di sorveglianza e subordinandone i provvedimenti all’imprimatur delle sempre più onnipotenti procure, a partire da quella ‘’antimafia’’. In sostanza è il potere esecutivo che invita, per legge, i giudici a riesaminare le loro ordinanze. E nessuno fiata.  Un paio di anni fa, dopo le elezioni del 4 marzo, in una trasmissione televisiva, il mio amico Giampaolo Pansa (ora scomparso) sconvolse – come suo solito – una certa opinione pubblica politicamente corretta, con una battuta delle sue, apparentemente paradossale, preconizzando un intervento dei militari, meglio se della Guardia di Finanza.

Il grande giornalista ce l’aveva col governo giallo-verde. Ma credo che anche oggi non avrebbe cambiato opinione. Uno della mia generazione ha trascorso degli anni con la preoccupazione dell’imminente ‘’colpo di Stato’’. Dal Piano Solo è passato attraverso la strategie delle stragi col tritolo, ha conosciuto il terrorismo, ha visto cadere degli amici per mano delle Br. Ma davanti a tanto squallore quelle parole di Pansa mi rimbalzano nella mente e vi accendono speranze inconfessabili. Del resto ormai siamo spogliati di tutti i diritti e non ci facciamo neppure caso.

Se l’Esercito (che è formato da veri professionisti) e i Carabinieri assumessero il potere per salvare questo povero Paese, non ci sarebbe nessuna reazione popolare. Gli assembramenti sono proibiti. E la gente ha una sola preoccupazione: sottrarsi al contagio. Per sventare ogni reazione basterebbe annunciare che tra i manifestanti ci sono degli infetti da Covid-19 asintomatici. Tutti se la darebbero a gambe.