Nel mio piccolo mi dichiaro un cultore e collezionista dei Presidenti della Repubblica. È come avere la passione per le piante grasse o i bonsai. Non perché i Presidenti siano curiosità botaniche, ma perché sono tutti inverosimilmente l’uno diverso dall’altro dal momento che la Costituzione, fin dal primo capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, ha dato loro il potere di scriversela da soli. È stata una decisione dei padri fondatori che hanno lasciato corda a piacere all’uomo del Quirinale e l’attuale presidente Sergio Mattarella non fa eccezione, perché è diverso – sì – ma anche lui continuo, un po’come la storia delle convergenze parallele di Aldo Moro.

Lo ha dimostrato affrontando una situazione pazzesca e mai capitata prima e lo ha fatto. E adesso ha tutta l’aria di voler chiudere il suo cerchio a modo suo, e se ne vedono bene i segnali. L’uomo si è trincerato sempre dietro i sacchetti di sabbia dei discorsi ufficiali, tutti imperdonabilmente banali e dunque ineccepibili. Poiché era stato vicepresidente del Consiglio con delega sui servizi segreti, mi capitò l’impegnativo onore di “audirlo” (non interrogarlo) nella mia funzione di Presidente di una commissione parlamentare bicamerale d’inchiesta sulla gestione italiana delle informazioni fornite dal servizio segreto britannico sugli agenti russi.

Ebbi allora la fredda impressione di un politico fermo e anzi gelido che non trascurò di far emergere una certa non cordialità. L’ho poi apprezzato – sia pure con i brividi alla schiena – quando l’abbiamo visto affrontare una situazione costituzionale da farsa: quella di un rappresentante politico, anzi due (Di Maio e Salvini) che un giorno gli portano al Quirinale un tizio, un perfetto sconosciuto proponendolo come primo ministro perché loro due erano troppo occupati dal compito di controllarsi a vicenda. La scena conseguente dell’economista Carlo Cottarelli arrivato da Londra col trolley in elegantissime maniche di camicia pronto a diventare capo del governo e invece costretto a ridiscendere umiliato le scale appena salite perché era arrivato questo Giuseppe Conte, resterà una delle più incredibili della Repubblica.

Mattarella si è comportato allora molto bene improvvisando ma anche prendendo possesso di quella manica di puerili incompetenti che gli si era parata di fronte. Si riservò però il piacere di una battuta sferzante sul curriculum del Conte con pochette, gemelli e brillantina a proposito del curriculum in cui il professor aveva tentato di far passare le lezioni d’inglese frequentate ai corsi estivi dell’università di New York, come un titolo accademico. Non se ne erano accorti i giornalisti italiani, sempre distratti dei doveri primari, ma un giornalista del New York Times il quale vedeva malissimo questo Conte perché era in compagnia non soltanto di Di Maio ma anche del sovranista Salvini.

Ricordate? I due, Di Maio e Salvini, avevano deciso che nessuno di loro poteva essere il premier per non concedere vantaggi all’altro e così tirarono fuori dalla retina questo avvocato Conte, che era amico di Bonafede che l’aveva presentato a Di Maio che lo aveva presentato a Salvini, come alla Fiera dell’Est. Dunque, poiché Conte a quell’epoca era considerato una marionetta di Di Maio e Salvini per formare un governo di destra, il New York Times, che detesta quel genere di governo, andò a spulciare il curriculum e trovò la magagna del professore, subito ripresa in Italia dai giornali di sinistra che oggi hanno dimenticato tutto perché nel frattempo Conte è diventato il loro bravo ragazzo, un vero jolly good fellow e nessuno lo può negar.

Ma Mattarella seppe restare dritto come un fuso, senza ridere e senza piangere, affrontando con realismo siciliano quel che mandava l’Altissimo, o almeno il circo delle cinque stelle. Un punto a suo favore. Più d’uno perché poi ha chiaramente preso in mano il governo, ha fatto una flebo di legittimazione al Conte insegnandogli anche quel minimo di arti marziali che la politica politicante – la politique d’abord come diceva Pietro Nenni – richiede. Oggi, più che mai, appare chiaro che l’impassibile varano, l’indonesiano drago di Komodo, sa dare le carte al governo ma intanto prepara una crisi di governo che porti a elezioni con una Lega ridimensionata e al repulisti di un Parlamento che, senza fare una piega, ha fornito prima una maggioranza di estrema destra e subito dopo una di estrema sinistra. Sembra di capire, e non da oggi, che a Mattarella una tale compagine non sembri all’altezza del compito di raddrizzare l’Italia dopo la catastrofe. L’“incidente Bonafede” può costare cara non soltanto all’incauto Bonafede, ma proprio a Conte che da Bonafede fu presentato a Di Maio che lo presentò a Salvini, che lo portò al Quirinale dove intanto era arrivato Cottarelli con la valigia. Tout se tiens, come non direbbe mai Donald Duck Di Maio.

Mattarella, che si è scavato con pazienza e un millimetro alla volta il piccolo tunnel che porta al cuore dell’italiano medio, probabilmente pensa di far saltare il tavolo, ma senza traumi inutili: la crisi c’è e si vede, e il suo timore è che lo stesso Conte portatogli in una assolta giornata di maggio del 2018, avendo accarezzato con eccessiva libido la comoda posizione televisiva di hombre fuerte, possa diventare il suo successore, o almeno provarci. Intanto, ha fatto uno scherzo da prete a Bonafede, che è un dj da Giorno da Pecora. La contea del Conte visibilmente traballa. E chi sa leggere fra le righe già sta facendo le pratiche di espatrio da questa stagione che Mattarella ha saputo governare facendo anche uso, ne siamo sicuri, di pratiche ipnotiche.