Cento giorni sono trascorsi dall’insediamento del nuovo sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e certo non sono stati i cento gloriosi giorni di un nuovo Napoleone. Il tono che questa nuova amministrazione ha voluto scegliere è stato fino ad ora piuttosto dimesso, ben lontano dalla roboante retorica guerrigliera che per un decennio ha caratterizzato Palazzo San Giacomo. E tuttavia, nonostante certe fanfaronate, la precedente amministrazione nei primi mesi aveva dato un netto segnale di discontinuità, così come fece trent’anni fa l’amministrazione Bassolino, ovviamente con maggiore consapevolezza ed incisività (ma era un altro clima politico).

Il tono dimesso può andar bene se è il riflesso di un affermato pragmatismo riformistico, ma può essere anche l’effetto dell’assenza di progettualità e dell’immobilismo politico, rivelando l’incapacità di fare scelte coraggiose. L’unico indirizzo programmatico che è emerso in questi primi mesi, in continuità con quanto già affermato in campagna elettorale, è l’idea della normalità: «Napoli – ha detto più volte il neo sindaco – va amministrata come una città normale, puntando ai servizi essenziali come scuola, trasporti e verde cittadino». Un programma appropriato per una città della bassa pianura lombarda, non certo per Napoli: perché? Perché Napoli non è una città normale, se per normale si intende lo standard di vita mediamente raggiunto da una città europea. Si potrebbe considerare normale, nel senso sopra precisato, una città attraversata da una endemica e sanguinosa guerriglia urbana condotta da decine di clan camorristi; ed è normale una città che rinvia la sofferta apertura di una fondamentale arteria cittadina, come la galleria Vittoria, avendo subito il furto di prezioso rame per un chilometro e mezzo, senza che nessuno se ne sia accorto?

É forse normale una città, che si vanta di essere capitale, la cui borghesia produttiva e intellettuale non è più in grado di esprimere figure politiche rappresentative, attingendo forze disponibili dalla laboriosa provincia (come dimostra il caso del nolano sindaco o del salernitano presidente di Regione)? É normale una città che esprime una classe politica che in buona parte non ha mai completamente abbandonato il modello del clientelismo laurino? Ed è normale una città che è socialmente frammentata in compartimenti stagni, separata da enormi differenze di opportunità e di status, per cui la stessa esistenza di un unico popolo napoletano oggi appare difficilmente sostenibile, e si dovrebbe piuttosto prendere atto che esistono in città e nella provincia differenti, e spesso del tutto incompatibili, contesti culturali e sociali, ai quali non può essere indirizzato lo stesso linguaggio politico perchè radicalmente diverse sono le esigenze e le condizioni di vita? La distanza sociale che oggi separa Scampia e Ponticelli dal Vomero e Chiaia è enorme, e non basta a colmarla un po’ di verde e qualche mezzo di trasporto in più, o una scuola aperta in un contesto di marginalità sociale. Certo, anche questo serve, ma è un programma minimo, che non dovrebbe neanche essere citato come “il programma politico”.

Da un sindaco ex rettore, espressione di sane élite intellettuali provinciali, ci si aspetterebbe di più. Ci si aspetta che sia sciolto il nodo del risanamento del centro storico, ridotto ormai a un enorme grottesco bazar turistico, in cui sacro e profano, legalità e illegalità, sono mischiati insieme. Ci si aspetta che siano definiti gli assi strategici di intervento sulle questioni essenziali di Bagnoli e di Napoli Est, dove si decide il futuro della città. Ci si aspetta una solida politica di sviluppo e non un mero aggiustamento contabile. Ci si aspetta una decisa azione di repressione della criminalità e di lotta alla diffusa tolleranza dei comportamenti illeciti, e su questo punto fino ad ora poco si è detto e soprattutto poco si è fatto. E tutto questo perché Napoli non è una città normale.