Scriveva Giuseppe Antonio Borgese: «Cesare morì e la tirannia continuò. Perché la tirannia non risiedeva nel cuore di Cesare, ma era nel cuore dei Romani». Era quel che Borgese – che non prestò giuramento al fascismo, e non a caso è pressoché straniero nella Repubblica che si pretende fondata sull’antifascismo – pensava di quel regime e delle ragioni profonde che ne determinarono l’accreditamento. E cioè che gli italiani erano disponibili a sottomettervisi, desiderosi di uniformarvisi, e che non avrebbero conquistato una genuina condizione di libertà se non avessero prima soppresso la propria propensione alla tragica facilità della soluzione autoritaria. La verità – tanto ovvia quanto denegata – è che il fascismo non ha rappresentato una carambola imprevedibile della storia italiana, l’agente estraneo e tossico incomprensibilmente inoculato in un corpo altrimenti sano: ma la consacrazione di una vocazione originaria degli italiani.

Morto Mussolini, il fascismo è continuato perché esso non risiedeva nel manganello usato per conculcare la libertà, ma nella buona disposizione degli italiani a rinunciarvi spontaneamente. E i tratti essenziali del fascismo sarebbero perdurati lungo il corso repubblicano esattamente perché non era morto negli italiani quell’anelito illiberale, questa malattia della tempra civile che il fascismo si limitò a coltivare e a irreggimentare. Se in Italia manca una genuina cultura antifascista, e cioè un criterio capace di vedere il fascismo dove esso veramente si manifesta, è perché il Paese ha sempre rifiutato di riconoscere se stesso nel fascismo che ha imperato, un accidente simbolicamente risolto (e anche questo è assai significativo) con cinque cadaveri appesi in Piazzale Loreto. Ed è a causa di questo mancato riconoscimento che la persistenza fascista è disconosciuta, e semmai identificata nel perimetro di qualche modesto assembramento a braccio teso. È in questo senso e in questo quadro che il Movimento 5 Stelle si giustappone in perfetta continuità fascista.

Non in modo inedito, ovviamente, ma mai prima l’eterno fascismo italiano di cui scriveva Sciascia aveva assunto una simile compiutezza e mai prima, banalmente, si era trasferito dal luogo comune alle aule parlamentari, dalla società in cui ribolliva informe al potere di governo. Proviamo a cambiare una parola, solo una, in queste righe di Gadda (Eros e Priapo): «Si trattava per lo più di gingilloni, di zuzzurulloni, di senza-mestiere dotati soltanto d’un prurito e d’un appetito che chiamavano virilità, che tentavano il cortocircuito della carriera attraverso la “politica”. Qual è la parola da (innocuamente) sostituire? È “virilità”, e non serve scrivere qual è quella che la sostituisce, perché si scrive da sola: “onestà”. La cultura rozza di Mussolini era comunque quella di un uomo che aveva studiato in un’Italia in cui almeno alcuni studiavano: l’analfabetismo grillino è la versione aggiornata di quell’arretratezza in un’Italia dove semplicemente non si studia.

Ma così nel fascismo mussoliniano come in quello grillino è il medesimo imparaticcio a sostituire la fatica dello studio: e mentre quello, oscuramente, detestava la cultura che non possedeva, quest’altro, platealmente, ne rigetta il valore senza nemmeno dolersi di esserne privo semplicemente perché cent’anni dopo il curriculum di un venditore di lupini è sufficiente a gridare dal balcone che la povertà è abolita. La radice della soluzione autoritaria è rigidamente impiantata in questo desiderio di scorciatoia umana e formativa, che è poi lo stesso che si scatena quando si tratta di informare l’economia alla nazionalizzazione, il controllo sociale alla delazione, la giustizia all’inquisizione, il potere di governo al capriccio della decretazione sbrigliata: tutti segni di quel medesimo, drammatico ripiego che esclude l’impegno della disciplina, della preparazione, del cimento in un lavoro serio.

E che sotto sotto è di tipo usurpativo: non il popolo che riempie il potere, ma i suoi pretesi rappresentanti che se ne riempiono ottenendo in forma di titolo parlamentare e di stipendio per quanto dimezzato la propria consistenza sociale, quella lividamente invidiata in chi – necessariamente corrotto, usuraio, ladro – se l’è costruita secondo la regola antipatica del merito. Il carattere neofascista del Movimento 5 Stelle è infine nella violenza delle forbici che fanno a pezzi quello striscione, che preconizza lo sfregio costituzionale tra pochi giorni affidato alle cure di un popolo chiamato a dire “Sì” a quella cultura piuttosto che a un discutibile emendamento dell’ordine repubblicano. Ovviamente è possibile non essere d’accordo. Ma non si citino, a contrasto, l’olio di ricino e l’omicidio di Matteotti: perché l’olio di ricino non serve, e un Matteotti da ammazzare semplicemente non c’è.