Lo stupore di fronte alla furia con cui tutti si accalcano ad approvare, sostenere, plaudire e – immaginiamo – obbedire a Mario Draghi è giustificato, ma ci sembra il caso di accendere i fari su due ingredienti della nostra storia. Il primo è che noi non abbiamo mai amato appassionatamente la forma della democrazia. C’è chi sostiene che per amare con passione calcistica la forma della democrazia bisogna nascere in un Paese di lingua inglese che è quanto sostengono gli inglesi quando spiegano perché da loro ha vinto la Brexit: la Brexit ha vinto, dicono, perché nel Regno Unito ogni cittadino si considera membro di un club detto “constituency”, ovvero il collegio elettorale personale di ogni singolo membro del Parlamento che, per mestiere, li rappresenta e li difende.

Gli inglesi spiegano di aver trovato incomprensibile e dunque inaccettabile che decisioni che interferivano con la loro vita fossero prese da alcuni sconosciuti residenti a Bruxelles. Il penultimo “Chairman” della Camera dei Comuni, John Berkow, diventò molto popolare anche in Italia per il suo modo di pronunciare l’esortazione “Order! Order!”, e ci ha permesso di capire lo spirito che anima il più antico Parlamento del mondo. Nulla che somigli a quella cosa noiosa, burocratica, assirobabilonese, distratta e logorroica che sono i lavori delle nostre Camere: nella patria della democrazia parlamentare i politici si comportano ogni giorno come una ciurma vociante di ardenti patrioti, costantemente richiamati “all’order” che è sempre lo stesso: fare tutti insieme il bene del Paese con rispetto reciproco e spirito di gioco.

Secondo il giovane filosofo conservatore Douglas Murray, il sentimento della democrazia vissuta come un’emozione sembra sconosciuta nell’Europa continentale, che sa concepire al massimo il rispetto per le regole. Ci sarà del resto un motivo per cui gli inglesi sono gli inventori di quasi tutti i giochi basati su regole, dal football al Bridge, dal basketball al poker al tennis. Da noi questa passione non risulta pervenuta. Retorica, a tonnellate. Ma il sentimento, la passione non per un partito, ma per il tempio parlamentare, zero.

E le ragioni storiche ci sono. Nella democrazia sabauda votava soltanto una élite di maschi, mentre in Inghilterra le suffragette si azzuffavano con la polizia per il voto alle donne, e così è stato fino alla Grande guerra, dopo la quale fu concesso soltanto il suffragio universale maschile. Da allora gli italiani non hanno mai amato la democrazia, ma soltanto i grandi partiti in cui si riconoscevano. Neanche con la democrazia repubblicana si sono visti entusiasmi per la forma della democrazia in sé, ma soltanto per i partiti. In realtà, quando usiamo il termine “democrazia”, intendiamo riferirci a quel particolare tipo di democrazia che si chiama “liberale”, cioè fondata sul rispetto della libertà individuale e personale come cardine della convivenza civile. Ma questo carattere liberale non ha mai fatto breccia nel cuore degli italiani, se non per alcune posizioni introdotte dai radicali a imitazione del modello anglosassone o per quelle di élite numericamente insignificanti.

Ciò è accaduto per una storia lunga e complicata che è la nostra storia, ma che le cose stiano così è apparso evidente quando sono comparsi movimenti che apertamente sfidavano la forma della democrazia parlamentare liberale, dichiarandola come al solito corrotta, e proponendo di scoperchiarla come una scatola di tonno. Quando negli Stati Uniti un gruppo di cinquecento sciagurati ha dato l’assalto a Capitol Hill il sei di gennaio per aprire il Congresso americano come una scatola di tonno, ciascuno di quei cinquecento sciagurati è inseguito per i deserti e le montagne, le metropoli e i sobborghi dagli agenti federali che li stanno ammanettando uno a uno.

Il secondo problema genetico italiano sta nella tendenza a cercare quello che negli Stati Uniti è stato chiamato il “benevolent dictator”, il dittatore disinteressato e competente che oltre a governare, comanda. Non è una tentazione solo italiana, tant’è vero che in molti Paesi è stata soddisfatta con una Costituzione presidenziale grazie alla quale il popolo elegge un capo che somiglia a un re. Il Presidente degli Stati Uniti è un re costituzionale a scadenza quadriennale, ma è un re: perdona, muove guerra, licenzia e assume i capi dell’amministrazione.

Da noi, a causa del fascismo, è stata costruita una Costituzione estremamente ostile a una deriva del genere: soltanto in Italia il capo del governo non si chiama presidente né primo ministro, ma Presidente del Consiglio dei ministri e non ha nemmeno il potere di nominare o licenziare ministri. Il Capo del nostro Stato, che ha il potere di nominare o licenziare ministri, non è eletto dal popolo ma è un eletto dagli eletti, quindi con una legittimazione popolare inferiore a quella di un qualsiasi sindaco. Il risultato finale è che nel nostro Paese è sviluppatissimo un sistema nervoso irritabile quando coglie segnali di chi inopportunamente ha voglia di “i pieni poteri”, ma al tempo stesso ha una inespressa fame di leadership, voglia di affidarsi a qualcuno purché sia competente e sappia fare le cose che vanno fatte, nel rispetto formale minimo di accorgimenti ridicoli come quelli che sentiamo in questi giorni in tutti i notiziari e dibattiti.

Di fronte alla visione di un Paese allo sfacelo, sanitario ed economico, molto lontano dal traguardo che permette di prendere davvero e usare i famosi duecento e passa miliardi europei, è bastata la piccola ma micidiale e ben calcolata spallata di Matteo Renzi che ha messo il re – anzi l’avvocato – in mutande con tutta la sua corte e i suoi cortigiani, sorprendentemente all’idea di arrendersi in massa purché, secondo tradizione, con l’onore delle armi. Arrendersi con entusiasmo è certamente una delle nostre qualità più spiritose, anche se non sempre la più apprezzata. Il dibattito teorico sull’ipotesi del “benevolent dictator” andò di moda in America vero la fine del secolo e si trattava in fondo della vecchia teoria platonica secondo cui al comando dello Stato devono stare coloro che hanno le conoscenze e le competenze per farlo, altrimenti – sosteneva Platone – esce fuori solo un gran casino.

L’ipotesi è stata analizzata e poi abbandonata come un giocattolo in disuso, ma torna viva ogni volta che qualcuno afferma che il personale politico deve avere come sua caratteristica primaria non quello di essere espressione del popolo, ma di saper fare le cose che vanno fatte. Il che è evidentemente una bestialità perché la forma della democrazia è fondata soltanto sul diritto di rappresentanza e di governo della spesa: “no taxation without representation”. Ma nel nostro Paese stiamo vivendo una fase di fusione e confusione sui fondamenti stessi della democrazia, e non a causa dell’arrivo del professor Mario Draghi, ma a causa del lungo processo di decomposizione non soltanto dell’emozione patriottica di vivere in una democrazia, ma anche di quella formale delle regole del gioco che è stata presa a calci come un barattolo con manette, cappi, girotondi, forconi, retate e metastasi di discredito per decenni.

Che cosa farà e otterrà Draghi sarà la storia del presente e dell’immediato futuro, e ci auguriamo anche noi che tutto vada benissimo su tutti i fronti. Ma ciò non toglie che è suonata una sirena d’allarme come quella che avverte Venezia quando arriva l’acqua alta. La democrazia ha ceduto le armi non a un “benevolent dictator” ma certamente alla versione più composta e incravattata dell’“hombre fuerte” che per fortuna non sembra soggetto a tentazioni inappropriate. E questa è una fortuna. Ma il Paese reale e quello delle rappresentanze se ne sono andati ciascuno per la propria strada e che Dio ce la mandi buona.