Il diritto alla salute dei detenuti è uno dei temi più attuali, un po’ per l’emergenza Covid-19 che non ha risparmiato detenuti, agenti della polizia penitenziaria e amministrativi che lavorano all’interno degli istituti penitenziari e un po’ per le scarcerazioni chieste (come nel caso dello storico boss della Nco Raffaele Cutolo) o ottenute (come nel caso di Pasquale Zagaria, fratello del capo dei Casalesi) anche da esponenti di spicco della criminalità organizzata. E i dati relativi a questo diritto, nonostante gli sforzi di singoli istituti di pena e dei garanti dei detenuti, rivelano una realtà fatta ancora di carenze, di attese, di rinunce.

Nelle carceri campane vengono eseguite in media 70 visite mediche al giorno, ma sono più di 1500 le visite in strutture esterne che si è costretti a rimandare in attesa che sia disponibile il cosiddetto nucleo di traduzione, ossia la scorta con i tre o quattro agenti che devono accompagnare il detenuto a farsi visitare fuori dal carcere. “La prigione è disumana – dice Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti – Quando alcuni politici dicono ‘buttiamo la chiave’ usando un lessico di guerra andrebbero perseguiti per apologia contro la Costituzione. Bisogna cambiare lessico e impegnarsi di più perché sia rispettata la funzione rieducativa della pena, altrimenti si rischia di far diventare il carcere un’università del crimine”. La vita dietro le sbarre è difficile, talvolta insopportabile.

Il suicidio del giovane algerino, l’altro giorno nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, è solo l’ultimo in ordine di tempo in un elenco che già conta 17 nomi, più 55 detenuti morti in cella per le più diverse cause. Nel 2019 i suicidi in carcere sono diminuiti ma sono aumentati del 32% gli atti di autolesionismo e gli scioperi della fame, gesti disperati con cui si cerca di attirare l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica per farle uscire dalla bolla dell’indifferenza. Più dura la condizione di chi in cella ci finisce da innocente o di chi ci resta anni in attesa del processo. “Quanti Abele ci sono tra i diversamente liberi?”, aggiunge provocatoriamente Ciambriello. La risposta è nei dati degli ultimi report: in un anno, in Italia, 27mila persone hanno ricevuto l’indennizzo per ingiusta detenzione. A Napoli in un anno ci sono stati 143 innocenti ingiustamente detenuti e il capoluogo campano è secondo nella classifica nazionale solo dopo Catanzaro che di detenuti usciti dal carcere da innocenti ne ha contati 200, mentre 110 sono stati i casi a Roma.

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