L’Italia, guardata nei suoi piani alti, al di là della crisi in atto, fa davvero paura. L’abisso in cui va cadendo l’ordine giudiziario, il garante dello stato di diritto, è in questo momento, su tutto, il rumore di fondo, quello che non puoi eliminare o ridurre nelle sue risonanze. Il potere giudiziario è diventato un potere politico, e non si ripeta l’ovvietà: non è tutto così. Ma qualcosa si è incrinata nell’equilibrio tra i poteri, e in Italia tutto risale a quella inchiesta giudiziaria che, con il nome di Mani pulite, distrusse il sistema repubblicano, già in crisi per ragioni sue, ma che doveva finire per via politica, non per ordine delle procure.

Ma tanto altro si aggiunge, e la preoccupazione incombe quando ti guardi intorno. Certo, c’è lo stato d’eccezione, ma è come se esso – governato nei piani alti, non laddove la crisi è vissuta sulla propria carne – liberasse quelle potenze che hanno in orrore la luce. Tutto si svolge su un piano doppio, triplo. Torniamo sulla questione della giustizia, sullo jus, la più grande invenzione della nostra civiltà dai tempi di Roma. Esso va precipitando sotto i nostri occhi; ordini solennemente neutrali che diventano di parte, lottano all’interno del Consiglio Superiore della magistratura, mescolando sacro e profano, scoprendo il velo della partigianeria. Il principio dell’intercettazione a strascico sta distruggendo chi l’ha inventato, una sorta di comica nemesi.

E le carceri, la rivolta di poche settimane fa, i tredici morti scomparsi nel nulla: come è possibile? E un ministro, accusato, in diretta tv da un autorevole magistrato, di un comportamento infamante: anche questo finito nel nulla, ambedue al loro posto. È come se qualcosa si stesse oscurando nel tessuto medesimo della nostra società. Lo Stato di diritto, quello che dice: è la legge che governa, non il conflitto tra gli uomini, sta perdendo un pezzo dopo l’altro, nell’indifferenza quasi generale. Ma, certo, c’è la pandemia! Ma quando essa finirà, che Stato troveremo?
E poi ancora: l’abolizione della prescrizione, che è già legge. Tutto fermo, c’è il virus che ancora circola. E le intercettazioni ambigue tra magistrati e componenti politici del Consiglio, per stimolare, raccomandare l’inizio dell’inchiesta sulla nave Diciotti? E che garanzie avranno i cittadini rispetto a questo ordine giudiziario inclinato a diventare potere politico?

Le democrazie costituzionali attraversano una grande crisi, bisogna dunque essere attenti a non trascinarle verso scorciatoie che sono anticamera della scissione tra democrazia e liberalismo. Ma c’è lo stato d’eccezione! Torna, così, la sovranità? Al seguito di quel giurista che scriveva «sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione»? Quel giurista, però, anticipava un altro mondo, che poi, molto al di là delle sue intenzioni, avrebbe concluso la sua corsa nella guerra e nel campo di Auschwitz. Quella frase non ci riguarda, se non come studiosi. Noi siamo una democrazia costituzionale, l’eccezione è tollerata o condivisa se è tale, se non dilaga oltre i suoi confini. Sta avvenendo questa sua espansione? A me pare di sì, su diversi piani. Il Parlamento è praticamente chiuso, oscurato nei suoi effettivi poteri di legittimazione e di legislazione, ambedue caduti giù. Si riunisce per «dar fiducia», non per ciò che la Costituzione gli dice di dover fare. Ma c’è la pandemia, bellezza!, è il ritornello che torna.

Certo, lo sappiamo, il rischio è che diventi un alibi, buono per ogni tempo, il Parlamento è chiuso, è diventato il coro confuso di una scena dove operano i solisti, e soltanto loro. Peraltro era già chiaro, a pandemia non ancora segnalata, che i parlamentari, detti “poltronisti”, andavano ridotti, non solo nel numero – che pure indica ampiezza di rappresentanza – ma nella funzione, che era già caduta nell’ombra. Bello, governare così, la tentazione di continuare è forte. Il professor Conte, che fino a pochi mesi fa era Presidente di un’alleanza opposta a quella che presiede oggi, tiene la scena senza imbarazzo. Lo vedi sempre, compare dal fondo di un corridoio in un fascio di luce, con passo agile. È sempre lui, il trasformista; come si può immaginare che un politico così, prono a Salvini fino a pochi mesi fa, possa dire: ho un’idea d’Italia? Al governo, insomma, troviamo populismo e cascami di una vecchia sinistra, erede dei suoi lati peggiori, con qualche eccezione. Altrimenti non sarebbe possibile l’idea di un’alleanza vera, benedetta pure da Massimo d’Alema che la vede come qualcosa di organico.

Sempre guardando ai piani alti, l’opposizione parlamentare si aggira insistendo nel balbettare parole sconnesse che in un batter d’occhio perdono di senso. Insomma, tutti quei piani sono in un cono d’ombra; populismo e sovranismo, divisi, riempiono l’intera scena. Se volgiamo lo sguardo altrove, in basso, c’è una società che soffre, nel concreto della propria vita, una crisi che non ha precedenti. Essa non è il luogo dell’innocenza, dove tutto si purifica, anzi è quella società che ha prodotto quella politica. Però è pur sempre una società che oggi lotta per la propria esistenza, e che in questa lotta deve diventare interlocutrice di quella politica dove avvengono le cose che ho descritto. Dai bisogni essenziali della vita storica qualche volta nascono pensieri nuovi. Si potrebbe immaginare che, al risveglio autunnale, questi nuovi bisogni si manifestino come un’onda d’urto in Italia, e anche in forma di nuovi pensieri e di volontà capaci di proposta e di organizzazione. Vedremo se dalla tragedia possa emergere l’embrione di una nuova classe dirigente, che chieda il ritorno della giustizia giusta, e che reclami, nel dramma di una crisi, un governo con un’idea per l’Italia.

Tutto si deve inventare ex novo. Chi sa, proprio la grande crisi che tutti ci avvolge potrebbe liberare energie e intelligenze capaci di farsi ascoltare, potrebbe far ritornare in campo una coscienza civile, società contro politica: mai ho pensato possibile qualcosa di simile. Ma nello stato di eccezione che viviamo, perfino questo può essere auspicato, e può apparire sulla scena. È necessaria una discontinuità che rimetta in piedi l’Italia. Avremmo bisogno di un Francesco Saverio Nitti o di un Alcide de Gasperi, per ricordare due grandi, ma se ci volgiamo intorno siamo costretti a smentire Immanuel Kant il quale pensava la storia come un percorso dell’umanità verso il meglio.