Tutti si chiedono chi sarà il prossimo sindaco di Napoli. Il vero tema preliminare, del quale si parla davvero troppo poco, è un altro e riguarda ciò che il prossimo primo cittadino potrà fare alla luce delle condizioni in cui versa attualmente la città. Di certo le acque della politica si agitano e si infrangono con quelle delle iniziative civiche che intendono far sentire la loro voce. Ma di che voce si tratta?

L’iniziativa dei cosiddetti Ricostituenti per Napoli evidenzia due debolezze. La prima riguarda la tendenza a usare un linguaggio e a trattare temi troppo “intellettuali” in un contesto che esige, di contro, una radicale concretezza (anche se uno dei principali animatori del movimento, l’ottimo Alfredo Guardiano, ha chiesto di non essere definito intellettuale). La seconda debolezza è che non si può parlare del futuro di Napoli senza esprimere un giudizio chiaro sugli ultimi dieci anni di amministrazione. Se a questo si aggiunge che molti dei ricostituenti hanno avuto un ruolo importante nell’era de Magistris, appare alquanto evidente che questa iniziativa non si presenta in discontinuità con l’attuale amministrazione cittadina. Il che è legittimo, ovviamente, ma forse non sufficientemente dichiarato.

Oltre ai Ricostituenti vi è poi la voce del civismo attivo (Insieme per Napoli, Cittadinanza attiva, Per Napoli Civile) la quale è chiamata a dimostrare di essere, in città e per la città, una voce non solo critica ma anche costruttiva: una sfida difficile, fino a oggi non accettata o non colta, che ora ineluttabilmente va affrontata; una sfida che vuol dire costruire un percorso amministrativo e diventare movimento che partecipa alle competizioni politiche. La voce del civismo attivo ha un colore politico nettamente diverso rispetto a quello dei Ricostituenti: si tratta di un mondo prevalentemente moderato che con non poche difficoltà potrebbe essere partner di un’alleanza tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle.

Insomma, tanto fermento ma ancora troppa confusione. Lo stato di emergenza della città impone, tuttavia, di raccogliere tutte le voci civiche di buona volontà e di collegarle ai partiti politici di aria democratica, sul modello vincente di Vincenzo De Luca: dalla sinistra storica alla destra non ideologica e moderata. Occorre evitare di commettere errori del recente passato. Il primo: il civismo non si illuda di poter fare a meno dei partiti. L’esperienza di de Magistris è stata esattamente questo: un movimento civico napoletano che ha condannato la città all’emarginazione economica e politica. Napoli città autonoma non funziona: serve una Napoli città europea che lavori in sinergia strettissima con il governo regionale, nazionale ed europeo. Vediamo se si riesce a trovare un sano equilibrio tra civismo e politica, in un salto di maturità culturale di cui questa città ha assoluto bisogno. Napoli città laboratorio? Sì, ma andando sul sicuro: nessun esperimento spericolato, nessuna rivoluzione se non quella della normalità.