No ai “neo luoghi”. Sì ai luoghi comuni. È ciò che sta succedendo a Napoli. Il San Carlo, diretto da Stéphan Lissner, annuncia allestimenti dell’Aida, della Carmen e della Traviata nel cortile d’onore di Palazzo Reale e in piazza Plebiscito. Lo stabile diretto da Roberto Andò prevede cinque spettacoli al Maschio Angioino, al posto di quelli in programma al teatro grande di Pompei. Il sindaco Luigi de Magistris fa sapere che ha in animo di realizzare una passarella sugli scogli di via Caracciolo per rilanciare il settore del wedding: quasi una coda al progetto del litorale trasformato in palco per le regate “pezzottate” della Coppa America. Tutte queste notizie hanno un’unica origine, la crisi economico-sanitaria, ma ripropongono un tema molto più generale.

Il minimo comun denominatore è quello degli spazi all’aperto, alternativi ai siti tradizionali, da mettere a disposizione della cultura e delle attività commerciali. Il risultato finale potrebbe invece essere una diversa fisionomia della città, valorizzata anche in piazze, scalinate e angoli finora poco frequentati. In questo senso, la questione dei “neo luoghi” da offrire al posto dei troppi “non luoghi” napoletani poteva presentarsi come un’occasione unica, seppur dettata da una ennesima emergenza. Un’occasione per non concentrare tutta la città nei tre chilometri che vanno dal Beverello alla Rotonda Diaz, e per tentare, all’inizio simbolicamente e poi in modo strategico, un riequilibrio tra centro e periferia, tra Napoli e la sua provincia. Invece, l’impressione è che una sfida del genere non la si voglia neanche prendere in considerazione. La prima notizia è certamente buona, perché il San Carlo in Piazza Plebiscito è una soluzione quasi naturale (sebbene sia suggestivo immaginare un’Aida tra i viali e la fontana monumentale della Mostra d’Oltremare).

La seconda è così e così, perché se il trasferimento al Maschio Angioino salva gli spettacoli della stagione teatrale, è vero anche che li riporta dentro i confini cittadini, tradendo l’originaria ispirazione dell’ex direttore dello Stabile. La terza è di sicuro la più discutibile. E non solo perché l’idea dei matrimoni sugli scogli riguarda un’area protetta da tutti i vincoli di questo mondo e già sottoposta a stress da super affollamento. Ma soprattutto per un’altra ragione. Perché, sebbene si presenti come l’espressione di una certa audacia progettuale, si rivela in realtà un luogo comune, la forma della peggiore pigrizia mentale, il cedimento al più prevedibile degli opportunismi creativi. Il progetto di de Magistris sarà giudicato “troppo”, nel senso di eccessivo, dalla parte dell’opinione pubblica più sensibile alla tutela del patrimonio ambientale. Andrebbe invece bocciato perché “troppo poco”.

La vera sfida, infatti, dovrebbe essere scoprire un’altra Napoli, creare un ponte tra l’emergenza e il futuro della città, e mettere insieme le ragioni della cultura e dell’economia con quelle di una diversa scenografia urbana. Invece, mentre la Regione annuncia una prossima e opportuna mappa degli spazi “alternativi”, a Napoli ancora non si progetta di recuperare il Molo San Vincenzo o Piazza Mercato; per non parlare dei grandi spazi vuoti e dimenticati a Oriente a Occidente della città. Le scenografie emergenziali di oggi potrebbero magari ispirare quelle di domani, e non sarebbe certo un male. Per questo, però, non basta il Comune. A Milano, Oscar Farinetti, patron di Eataly, ha chiesto in gestione piazza XXV Aprile: non un sito periferico, certo, ma neanche piazza del Duomo. A Napoli, invece, non c’è che il solito luogo.