L’armamentario ideologico di Vladimir Putin, i suoi riferimenti alla storia della Russia, le citazioni dalla Bibbia. Capire, non demonizzare. Una scelta di campo (informativo). Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli studiosi del “pianeta” russo: Silvio Pons. Il professor Pons insegna Storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa. È presidente della Fondazione Gramsci.

Quella in Ucraina è una guerra combattuta sul territorio, nei cieli, ma anche nei discorsi. E lo “Zar” del Cremlino di discorsi “storici” ne ha fatti in queste settimane. Professor Pons, qual è il filo di questa narrazione “putiniana”?
La cosa che più m’impressiona è il salto di qualità nell’uso della storia come legittimazione della politica, che se vuole è anche l’aspetto più inquietante.

Perché?
Perché è una storia mitologizzata. E siccome noi abbiamo già visto esempi di storia mitologizzata – nella guerra nell’ex Jugoslavia, per non andare troppo indietro nel tempo – e abbiamo visto a cosa ha portato. Si formano convinzioni che non sono soltanto propaganda strumentale ai fini di una operazione bellica. Ma sono convinzioni profondamente radicate in chi l’esprime e alla fine offuscano le coscienze di chi le riceve, soprattutto in condizioni caratterizzate dall’assenza di una libertà di espressione e d’informazione. È questa la cosa che mi colpisce di più. Cioè questa idea che esista una specie di spazio spirituale, come l’ha chiamato Putin, della Russia. Si tratta di una idea imperiale che si estende all’Ucraina, e pretende un ruolo egemonico della Russia in Eurasia. È una convinzione che non si sradica facilmente. In questa chiave, ci può essere un uso della violenza senza confini né limiti. Si rischia di perdere una dimensione del realismo politico. A me pare che sia questo ciò che è successo a Putin. A questa, aggiungerei una seconda considerazione, a mio avviso, altrettanto importante e che riguarda i suoi discorsi. In quello del 21 febbraio, sulla base di questo discorso mitologico sulla storia, il presidente russo ha affermato che l’Ucraina non esiste, come Stato e come Nazione. Questa idea probabilmente ha influenzato il fallimento del blitzkrieg.

Vale a dire?
Chi ha ispirato questa operazione bellica contava sul fatto che lo Stato ucraino si sciogliesse come neve al sole, oppure che ci fosse un intervento militare dell’esercito ucraino per neutralizzare Zelensky, permettendo così ai Russi di vincere la guerra in pochi giorni. Invece si è trovato davanti ad una resistenza patriottica. In questi trent’anni gli Ucraini hanno costruito una democrazia fragile ma certamente una coscienza patriottica forte. Pur avendo subito l’evidenza che, al contrario della sua mitologica visione liquidatoria, l’Ucraina esiste, nonostante ciò, Putin continua a ripetere lo stesso discorso. E questo è molto inquietante perché non lo ripete soltanto perché deve andare avanti per forza, avendo cominciato le cose in un certo modo. Questo è sicuramente vero. C’è una logica per cui se tu cominci le cose in un modo scellerato, poi vai avanti su questa scellerata strada. Ma ciò che m’impressiona, e inquieta, ancor di più è che Putin è profondamente convinto e che quindi la lettura che lui fa e impone ai Russi di questa resistenza, è una lettura in chiave di bande organizzate dall’Occidente, armi fornite dall’Occidente e così via. Non mi pare sia cambiato niente nel discorso mitologico che innerva la guerra d’invasione. In questo momento, insisto nell’affermarlo, sono davvero impressionato e preoccupato da questo, perché è chiaro che se a marcare il tutto è questa mitologia putiniana, è molto difficile capire com’è che si possa mettere a sedere a un tavolo delle trattative. Ancora di più con Zelensky. Nessuna delle motivazioni indicate da Mosca per invadere l’Ucraina, violando la sovranità nazionale e la legalità internazionale, appare convincente e fondata. Persino i Paesi che sostengono la Russia nella sua sfida all’Occidente, come la Cina, hanno evitato di entrare troppo nei dettagli.

Dov’è il salto qualità impresso da Putin?
La sua narrazione metastorica sui legami speciali intrecciati nel passato tra i due Paesi è ormai rivolta, è bene rimarcarlo, a negare qualsiasi legittimità all’esistenza dell’Ucraina come Stato-nazione. Non a caso, Putin si è diffuso in una nuova polemica anti-leninista, per rinnegare il principio dell’autodeterminazione nazionale, che indica anzi come causa della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il richiamo a un passato idealizzato serve così allo scopo di disegnare i contorni di una cultura politica ben distinta dall’eredità comunista o meglio da quelli che potevano esserne gli elementi progressisti. Salvo il nesso con la Seconda guerra mondiale. Che è trasparente nelle accuse di neonazismo rivolte al nazionalismo ucraino, che certo tocca una corda profonda nella popolazione russa. Con la guerra d’invasione, Putin ha messo da parte l’idea di una “federalizzazione” dell’Ucraina che sancisse la massima autonomia alle repubbliche russofone dell’Est, per puntare a destabilizzare lo Stato, con un intervento armato su vasta scala. Il capo del Cremlino non ha mancato di fare ricorso ai consueti argomenti, improntati alla sicurezza nazionale, la minaccia rappresentata dall’espansione della Nato ad Est. Quella visione, reiterata molte volte, è stata spesso liquidata in Occidente, come meramente strumentale. Ma prim’ancora dell’avvento di Putin al potere, esisteva già in Russia una percezione negativa dell’espansione della Nato. Non aver colto questo dato, o aver ritenuto da parte dell’Occidente (Stati Uniti ed Europa) che i Paesi dell’ex impero sovietico fossero ‘terreno di caccia’, è stato un errore, culturale e non solo geo-militare, che ha finito per favorire le posizioni più revansciste a Mosca. Il problema è che Putin ha spinto questa sindrome della sicurezza oltre ogni visione realistica e sembra aver perso il senso del realismo che lo ha contraddistinto in passato. Il potere di Putin ha conosciuto una graduale ma sensibile involuzione autoritaria nell’ultimo decennio. Che si è collocato nella congiuntura globale post crisi del 2008. In sintesi, il tramonto della globalizzazione occidentale e l’emergere di un ordine multipolare. Ma questa involuzione rivela anche permanenze di lungo periodo…

Di che si tratta?
Prima di tutto la continuità della grande potenza come pilastro del consenso nel Paese, che Putin ha incarnato sin dall’inizio e che molto più della modernizzazione economica è divenuta il terreno sul quale riscattare l’umiliazione subita dopo il collasso sovietico, in termini d’impoverimento, declassamento, marginalità della Russia. Dimentichiamo in particolare che negli ultimi quarant’anni le classi dirigenti russe hanno scatenato una serie di guerre quasi ininterrotta, con l’unica eccezione degli anni di Gorbaciov. Afghanistan 1979; due guerre in Cecenia, 1994 e 1999 quando emerge la figura fino allora sconosciuta di Putin; Georgia nel 2008, Ucraina nel 2014 e oggi. In altre parole, l’epoca post Guerra fredda non è mai stata pacifica per la Russia e la militarizzazione ha certamente indebolito la società civile. Tra le permanenze cruciali c’è la sindrome della sicurezza ereditata dal passato e che Putin ha portato al suo estremo, facendone perno fondamentale della sua tenuta interna.

In questi giorni, in molti si sono cimentati nel fare dei parallelismi tra il Putin pensiero e quello di un personaggio che ha lasciato un segno tragico, devastante, in Europa: Adolf Hitler. C’è chi ha addirittura definito i discorsi di Putin di queste settimane come il Mein Kampf dello zar del Cremlino. Non le pare un po’ troppo?
Assolutamente sì. Mi pare questa una visione superficiale e confusionaria. Non è che manchino le analogie…

Quali sono, professor Pons?
Una di queste, è la rivendicazione di un aiuto portato alle minoranze linguistiche russe fuori dai confini della Federazione Russa. Lì c’è un’analogia con l’Hitler dei Sudeti e dello smembramento della Cecoslovacchia nel ’38. L’altra analogia è quella di una narrazione vittimistica della nazione Russa. L’idea che la Russia sia stata gravemente umiliata e marginalizzata nell’ordine mondiale post Guerra, contiene in sé qualcosa di vero. Ma nella versione putiniana diventa un “Complotto “ dell’Occidente, diventa una visione fosca, ostile, senza nessuna possibilità di argomentazione di dissenso. Queste analogie ci sono ma sono analogie superficiali.

Su che basi storiche le definisce tali?
Innanzitutto c’è una considerazione che noi dovremmo fare in chiave realistica. Hitler voleva conquistare il mondo e la Germania dell’epoca aveva anche gli strumenti, bellici ed economici, per mettere in atto dei piani di conquista su ampio raggio. E ciononostante si trovò nelle condizioni di perdere la guerra, anche perché quelle basi non erano adeguate alle aspirazioni di Hitler. La Russia di oggi non ha neanche lontanamente queste possibilità, se non dal punto di vista dei suoi arsenali atomici. In questo senso, potremmo dire che Putin non è Hitler perché non vuole conquistare il mondo, ma vuole fare un’altra cosa.

Che cosa?
Vuole costruire uno spazio post-imperiale russo che fronteggia, in modo ostile, la Nato e che tende ad allearsi con la Cina. In questo senso Putin non è Hitler, e rischia anzi di divenire un attore subordinato al disegno cinese di un ordine mondiale diverso. Dopodiché, questo non significa che Putin non sia un criminale e non significa nemmeno che non sia pericoloso. Non c’è bisogno di essere Hitler per essere pericolosi. Ad esempio, non c’è bisogno di essere Hitler per fare la pulizia etnica che di fatto sta avvenendo in Ucraina. Noi in Ucraina vediamo soprattutto l’aspetto più tragico, dell’attacco armato ai civili che è un crimine contro l’umanità. Ma quello che sta avvenendo è anche una pulizia etnica, deliberatamente provocata dall’invasione russa. Perché il flusso di migranti che arriverà rapidamente a 5 milioni è di fatto una pulizia etnica. Questo è quello che sta accadendo.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.