L’asse gialloverde affila le armi: l’intesa tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini sposta il baricentro delle trattative per il Presidente della Repubblica e converge su uno o più nomi “coperti”. Della “rosa” del centrodestra si cerca il nome, come nel celebre romanzo di Umberto Eco. Quel nome che, nascosto nella biblioteca dei frati, costa a chi lo cerca di finire male. Fuor di metafora, politicamente escluso. È il caso di Enrico Letta, che ieri – seconda tappa del tour del Colle – è apparso in affanno. Giuseppe Conte è lanciato in una giostra di incontri che ne ha fatto, se non il più attivo negoziatore in campo, certamente il più loquace.

Pare lo abbia chiamato anche Berlusconi. Certamente ha incontrato Salvini e parlato con Meloni. Ha ascoltato Tajani. Si è riunito con Draghi. Poi con Letta e Speranza. Come tarantolato, si muove tra un ufficio e una saletta, per darsi ogni tanto in pasto ai giornalisti, a cui parla dei nomi ancora coperti: “Le forze di centrodestra hanno non il dovere ma addirittura il diritto di presentare delle proposte”, premette Conte. “Le rispettiamo. Ma nessuno può vantare, perché ha qualche voto in più, ma non ha voti autosufficienti, un diritto di prelazione”. L’interlocuzione di Conte con Salvini, tornata franca e diretta, è la novità che spiazza gli alleati del Pd. “Abbiamo affidato al timoniere una nave che è ancora in difficoltà ma non ci sono le condizioni per cambiare e il timoniere non può lasciare”, sancisce l’ex premier diventato lupo di mare. Smarrimento tra i peones, che non erano stati aggiornati sulla decisione. Toninelli fa il controcanto e quasi invoca Rousseau: “Penso che qualsiasi nome proposto ufficialmente dal presidente Conte debba passare dagli iscritti, ovviamente dopo le interlocuzioni e gli incontri riservati, perché il nome votato dovrà essere il nome che ha possibilità di ottenere i numeri in parlamento. Per il bene del Paese escluderei Draghi”.

A chi osserva appare chiaro come Conte si possa muovere tanto perché l’alleato dem è sottotraccia. Appena Enrico Letta compare davanti ai microfoni a Montecitorio, risponde sul punto: “Ci fidiamo totalmente degli alleati, ci muoviamo insieme”. Più che una constatazione, un desiderata. Sull’ipotesi di Mario Draghi al Quirinale, non un dettaglio di poco conto, Letta e Conte hanno posizioni opposte, inconciliabili. Se il segretario Pd lo vuole promuovere sul Colle, l’ex premier lo vuole incollare alla tolda di Palazzo Chigi. Fonti parlamentari pentastellate invitano a guardare più alla serafica architettura di Di Maio che al movimentato flipper di Conte. Beppe Grillo è il grande assente: silente il blog, tacciono i suoi social. Negli equilibri interni del Movimento, Di Maio ha concertato con Fico una posizione che porterà Conte a impallinare Draghi, schiacciando i dem su una posizione di rimessa e giocando di sponda con il centrodestra. Così ieri si è arrivati, al termine della “cabina di regia” M5S-Pd-Leu, a ragionare su un incontro domani con il centrodestra senza rendere nota una rosa da contrapporre a quella composta da Pera, Moratti e Nordio. “Draghi – continuano a dire nel Movimento 5 Stelle e nella Lega – non ci sarà più sul tavolo”. Di Maio più morbido verso il premier, Conte “raramente così convinto” di dover fermare l’ascesa del succedaneo, mai amato.

Un altro anno a Palazzo Chigi e se lo sarà tolto da davanti per sempre, pensa l’Avvocato di Volturara Appula, che non smette di sognare il suo ritorno a piazza Colonna. “Ci stiamo confrontando sull’evolversi di uno scenario complesso ci sono preoccupazione per un eventuale spostamento del premier da palazzo Chigi, in un momento in cui c’è una situazione che merita una grande attenzione su più fronti”, riassume la grillina Paola Taverna. Rimane su Draghi, fino a tarda sera, buona parte del Pd. Il dem Giorgio Tonini richiama l’atlantismo, diventato uno dei coefficienti più qualificanti per l’identikit presidenziale:  sullo sfondo, i tamburi di una guerra nel cuore dell’Europa tra Nato e Russia, per l’ Ucraina. “Quello che è chiaro ogni giorno di più è che l’ipotesi Draghi è espressione di una strategia: convergiamo su un garante dei principi fondamentali (“degasperiani”: europeismo, atlantismo, multilateralismo, economia sociale di mercato), per poter restituire tra un anno alla competizione politica la scelta del governo, garantendo Europa, Usa, mercati che chiunque vinca i fondamentali non sono in discussione.

L’ipotesi Franco Frattini ha sollevato le resistenze di chi ne ricorda i toni sin troppo distesi verso la Russia. “Stupidaggini, è l’esercizio della diplomazia e della realpolitik”, richiama a sua difesa l’ex responsabile Esteri di Forza Italia, Margherita Boniver, che con lui ha lavorato. Sia come sia, la tensione alle stelle impone una grande attenzione al profilo atlantico del nuovo Capo dello Stato.

 

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.