Quella missione senza nome né comandante è l’ennesimo buco nell’acqua collezionato dall’Italia e dall’Europa in Libia. A spiegarne le ragioni, a Il Riformista, è Emma Bonino, già ministra degli Esteri e Commissaria Ue, oggi senatrice di +Europa.

Si può affermare che la missione Ue di cui si sta da giorni dissertando sia un altro errore dell’Europa sulla Libia?
Penso proprio di sì. Intanto è un oggetto misterioso, come le operazioni precedenti, il cui progetto non è mai stato presentato in Parlamento né discusso. Aspettiamo che qualcuno dica qualcosa di puntuale e non, per favore, di titoli. Ho cercato di seguire puntualmente per capire cosa abbiamo realmente deciso.

Risultato?
Sconsolante. Qui passiamo da un fallimento all’altro, anche se lo spacciano per un successo, vedi la Conferenza di Berlino, per riferirci solo all’ultima puntata. Probabilmente il Consiglio affari esteri che si è riunito lunedì scorso, era tenuto a fare qualcosa. Peccato che quel qualcosa è così approssimativo e confuso da dare pochissime speranze. Se capisco bene, si tratta di un’operazione che non ha né un nome né un comandante, però deve essere totalmente differente da “Sophia” e dedicata soprattutto al contrasto del traffico d’armi. Teatro dell’operazione sarebbe essenzialmente l’Est della Libia e i più ottimisti pensano da fine marzo. Ma i punti da chiarire sono talmente tanti da rendere alquanto dubbiosi su tempi ed effettiva realizzazione di questa missione.

Qual è, a suo avviso, uno dei punti cruciali da chiarire?
Bisognerà vedere le regole d’ingaggio. Se una nave di questa futuribile missione intercetta o sospetta che una nave, ad esempio turca, stia portando armi, violando l’embargo trionfalmente confermato a Berlino, che fa? Si limita a segnalarlo, interviene con un abbordaggio? O cos’altro?.

Per realizzare la innominata missione ci sarebbe bisogno del via libera dei due contendenti libici, il premier del Governo di accordo nazionale Fayez al-Sarraj e del suo agguerrito competitore, il generale Khalifa Haftar...
Per lo meno. Ma la definizione delle regole d’ingaggio molto probabilmente avrebbe bisogno di un passaggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, di cui possiamo prevedere l’esito. Tanto più che solo qualche giorno fa Stepanie Williams, la vice dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamè, che l’embargo sulle armi sembrava una barzelletta. Non basta. Il ministro Di Maio in più occasioni ha ipotizzato una presenza a terra, puntualizzando, bontà sua, se le autorità libiche lo autorizzeranno. Ma di quali autorità libiche parliamo? Perché ce ne sono a volontà! Non solo Sarraj e Haftar, ma anche il presidente del Parlamento, e miriadi di milizie di tutti i tipi. E quindi? C’è solo una cosa che non è “misteriosa” in questa misteriosissima missione.

Quale sarebbe?
Il contenimento dei migranti, che per l’Italia, o almeno per chi la governa, conta molto di più del blocco delle forniture di armi ai protagonisti di questa guerra in Libia. Senza contare che, se la geografia non è una opinione, i flussi di armi per Haftar arrivano via terra, perché le può ricevere attraverso il confine egiziano? Quindi? Qualcuno, prima o poi, dovrebbe venire in Parlamento e spiegarcelo.

Anche alla luce di questa ipotetica missione, qual è la politica dell’Italia sulla Libia?
Non lo so, perché io non la conosco. A parte l’ossessione per i migranti, per il resto è buio fitto. E sì che di questioni cruciali da cui dipende il futuro della Libia ce ne sono a iosa.

Ad esempio?
Il blocco dei pozzi petroliferi, deciso da Haftar a gennaio, è un grosso problema per la Libia, perché è chiaro che venendo meno gli introiti del petrolio, le ricadute sulle condizioni di vita della popolazione libica saranno pesantissime. Chi pagherà i salari? Anche da questo punto di vista, la Libia rischia seriamente il collasso e la paralisi. E una Libia ulteriormente destabilizzato è una mina vagante per l’intero Mediterraneo, e dunque anche per noi.

Ora la missione innominata, prima Sophia. Tutto per far dimenticare l’unica missione che aveva dato dei risultati, Mare Nostrum?
Quella fu bloccata dall’altra premier Matteo Renzi perché “costava troppo”. Quello è stato un duplice errore: primo, averla cancellata, e poi sostituita con Triton, – scattata nel novembre 2014 e che aveva come finalità la sorveglianza delle frontiere marittime dell’Unione europea nel Mediterraneo e il piano operativo fu concordato da Frontex con l’Italia come Paese ospitante – e successivamente con “Sophia”. Avviata nel luglio 2015.

La questione migranti porta anche ai decreti sicurezza. Su questo terreno, c’è stata una modifica di linea da parte dell’attuale governo rispetto al Conte I?
Per il momento niente di nuovo, al di là dei toni. Perché i decreti sicurezza ad oggi sono ancora lì con tutte le conseguenze nefaste per gli irregolari nel nostro Paese, con tutti i risultati penosi che vediamo.

Da ex ministra degli Esteri, che idea si è fatta della politica estera del governo?
Che la politica estera non è una priorità, e questa è una miopia di prospettiva di cui non abbiamo chiari neanche i costi, e ci interessa solo e quando ci siano eventuali impatti sulla politica interna, perdendo di vista quello che si muove nel mondo e in Europa. L’ossessione rimangono i migranti. Peraltro vale la pena segnalare che in attesa di questa futuribile missione, nel Mediterraneo oggi ci sono soltanto le tanto vituperate Ong. E va aggiunto che dopo tre anni di inchieste, di insulti, non c’è una condanna una e le navi delle Ong vengono dissequestrate: su 11 sequestrate, i dissequestri sono stati 9 e delle 11 indagini contro le Ong, nessuna condanna e 5 archiviazioni.