Un giornalista teoricamente non dovrebbe parlare di sé, ma poi non è vero. Anche quando facciamo finta, parliamo sempre di quel che siamo, che abbiamo capito. Per esempio, ho capito da poche settimane di far parte di una generazione che – forzando un bel po’ la metafora – si fa una strana gita sui treni di Auschwitz. Naturalmente tutti invecchiano. Quelli che ci arrivano. Tutti coloro che arrivano a settanta e oltre sanno che cosa li aspetta. Dunque, non fa notizia. Quel che fa notizia, è che la mia generazione, nata con la guerra e che oggi lambisce gli ottanta anni, si è trovata in quest’epidemia nel ruolo inaspettato non soltanto di chi è candidato a lasciarci la pelle e poi in un altro ruolo, inatteso, bruciante, odioso. Quello di chi non merita il respiratore.

Dai miei appunti: «Voi italiani avete tanti morti perché vi accanite a mantenere in vita persone oltre i settanta che invece devono essere lasciati al loro destino». Oppure: «Sono un medico della terapia intensiva e devo dire che è molto duro dover decidere chi ha diritto a vivere e chi no e lasciar morire chi potrebbe essere salvato». Dunque, io ho ottanta anni. Questione di mesi. Tutti i miei amici, stessa età più o meno. Eravamo ragazzi, eravamo fichissimi, sexy, spudorati, lavoravamo come furie, combattevamo come furie, facevamo danni come furie e anche riparazioni sbagliate, come furie. Siamo quelli che nei maledetti anni Sessanta eravamo ancora in bianco e nero e sentivamo l’odore della guerra e delle guerre, vi risparmio l’amarcord della guerra fredda e delle sue delizie, ma era roba greve, assassina. Oggi mi fanno ridere quelli che predicano odiosamente contro l’odio. Io – e certo non da solo – ho visto soltanto odio, fra tanta febbre di operosa costruttività.

Ci si odiava per la politica in famiglia, mia nonna sfilava dalla tasca di suo figlio, mio zio in bicicletta, la copia dell’Unità e la brandiva come un trofeo prima di farla a pezzi. Fra cugini ci si accapigliava, per strada ci si menava, insultava, detestava. Odio, a carrette. Quello di oggi, con il dovuto rispetto, giuggiole. Ma adesso tocca a noi e dovete sapere che io non sono cresciuto con i Beatles né con i Rolling Stones (che adoro, sia chiaro con tutti gli altri gruppi inglesi) ma crescevamo con le canzoni di Georges Brassens, quelle che Fabrizio De André copiava con la licenza dell’autore e che tutti pensavano fossero sue finché Mina non gli sdoganò la Canzone di Marinella che era, a confronto, robetta trash. Cantavamo tutti i canti politici possibili e immaginabili e mi sono accorto con stupore che ricordo l’intero canzoniere della guerra di Spagna, ma qui si scade nel reducismo, dunque un passo indietro. Brassens cantava molto allegramente della sua morte in arrivo e diceva che di fronte alla morte bisogna fare l’école buissonnière, fare come quando si fa sega a scuola, bigiare, andare verso la tomba recalcitrando e perdendo tempo.

Ed eravamo tutti più o meno d’accordo che si dovesse fare così: chi è in prima linea sull’orlo della fossa comune del tempo, cerca di scherzare, diminuire, sdrammatizzare. Figli nipoti amici e affini si regolano nello stesso modo. Quando la mia generazione era bambina e nel banco di legno della scuola trovava un bicchiere di inchiostro in cui intingere una penna con pennino da ripulire con lo straccetto prima di riporla nell’astuccio, vedevamo i vecchi allora, gente nata poco dopo l’unità d’Italia e che aveva familiarità con Garibaldi, almeno di nome, che viveva e moriva in casa. Mia nonna Amelia è morta di cancro polmonare nella sua stanza da letto e io le portavo i pasti e le leggevo le novelle e insieme ascoltavamo alla radio a notte fonda degli sceneggiati magnifici pieni di misteri e porte che gemevano.

Da un po’ di decenni si muore in ospedale e si muore da soli e ti portano giù col montacarichi nel frigo, poi una autopsia protocollare ricucita con spago macchiato di talco, e via con le pompe funebri. C’era noia e rispetto per la morte, noia e rispetto per la generazione passata che ordinatamente saliva sul treno che avrebbe cancellato le loro tracce. Non eravamo preparati a questo delitto. La morte alla quale speriamo testardamente di sfuggire barricandoci come ricercati – ci viene inflitta con parole collettive: “Si tratta comunque di malati per lo più ultrasettantenni e con altre malattie pregresse”. Chi diventa vecchio ha sempre qualche malattia ma nessuno aveva mai detto che, essendo il prodotto ormai evidentemente avariato, non merita che si strafaccia per tenerlo in vita. Non è questa l’eugenetica che ha generato tutte le ingegnerie sociali? Furono gli ottocenteschi svedesi che predicavano il nudismo nel gelo, crepi chi deve crepare, ginnastica, alimentazione scientifica, eliminazione dei soggetti irrecuperabili.

I romani gettavano gli infanti venuti male giù dalla Rupe Tarpea, alcune tribù dell’estremo Nord quando la famiglia lo decide prendono l’anziano, lo vestono e lo bardano di tutto punto, gli mettono a tracolla una sacca di pesce secco, lo accompagnano con una barca in un posto da cui non potrà mai tornare e lo abbandonano là, ad estinguersi. Gli ebrei non erano mai stati considerati una razza fino all’Ottocento, ma una religione: i rari ebrei convertiti diventavano subito ottimi cristiani e nessuno pensava a perseguitarli finché non arrivarono gli ingegneri etnici e sociali con i loro maledetti manuali.

Con il coronavirus Covid-19, la mia generazione – non era mai successo dai tempi che sapete – è stata messa in questione. Che ne facciamo di costoro? Salvarli tutti, diceva Boris Johnson prima che il dio dell’umorismo lo infettasse – costa troppo. Sapete che c’è di bello? Che crepino. Un bel po’, dovranno crepare. La dottoressa della terapia intensiva dice: purtroppo ho dovuto scegliere chi far morire e chi no. Ecco, so benissimo che le opinioni sono molte e non voglio accapigliarmi con le opinioni. Mi limito, anche come giornalista, come testimone, come involontario protagonista, a mostrare il fatto: la sopravvivenza, la tutela della nostra salute, è argomento di discussione. C’è chi dice ma chi se ne frega, che crepino; e chi dice no, un po’ almeno vanno salvati. Avete visto le case di riposo della Bergamasca: aprono la porta e trovano montagne di cadaveri. Vecchi. Morti. Quanti? Il dato è nascosto, o almeno non è chiaro. Da quando in qua si chiama l’esercito con i suoi camion per caricare sotto i teli mimetici centinaia e poi migliaia di morti inscatolati da avviare non alla tomba ma al crematorio? Non ricordiamo nulla di simile.

Vi prego, non fraintendetemi. Nessuna lagna. Ma le centinaia di giovani che seguitano a riunirsi dando feste in casa, trovandosi in luoghi reconditi infischiandosene di ogni divieto, dicono semplicemente questo: la mia libertà di giovane che non si sente minacciato dall’epidemia, non vale la vita di mio nonno o di tuo nonno. Questo è il fatto nuovo. Vorrei dire, lo scandalo. Scandalo perché questa situazione odiosa è nascosta, occultata, edulcorata, tutto sommato consentita da questo governo di incapaci che emette editti, bandi e bandette, editti e correzioni di editti, con un primo ministro che ha vinto la sua sedia alla lotteria e che fa di tutto per non farcelo dimenticare.

Così, noi di questa età che ci troviamo a vivere i nostri anni in modo molto diverso da chi ci ha preceduto, (e speriamo anche da chi ci seguirà) ci troviamo improvvisamente nudi e indifesi, ma anche curiosi. Questo perché, credo, siamo una generazione sventurata che ha dovuto imparare presto a cavarsela senza fare troppo chiasso. Quando siamo nati il mondo era in guerra e dopo la guerra, la guerra era sempre nell’aria. Quando nel 1950 scoppiò la guerra di Corea, accumulavamo scatolette di tonno e di piselli. La generazione dei nostri padri e nonni aveva modi più o meno fascisti, anche a sinistra: autoritarismo, disprezzo, umiliazione, pedagogia della privazione prima che arrivassero i giorni grassi di chi è nato dopo il 1955, quando i nostri babyboomer si affogavano nella famosa Nutella di Nanni Moretti, a noi sconosciuta. Troppo piccoli per essere stati qualsiasi cosa durante la guerra o dopo. Fummo i primi a trasgredire, i primi a fare casino, i primi a usare barbe e capelli per “contestare” come si diceva allora, invaghiti di testi assolutamente sopravvalutati come L’Uomo a una sola dimensione di Marcuse.

Il Sessantotto ci trovò già prossimi alla trentina, e il Sessantotto era roba per adolescenti, ma quanto meno, tutti scopavano scardinando i fondamentali. Il femminismo ancora non c’era e le nostre compagne erano ancora angeli del ciclostile. Basta, o si scade nel reducismo. La vecchiaia ci ha teso un agguato alle spalle quando ancora non era il momento. Io guidavo come Serpico, celebre poliziottaccio, e un giorno una abbassò il finestrino e mi urlò: «Lo vuoi capi’ che sei vecchio? Sei vecchio!». E ripartì. Aveva ragione. Ho poi pensato che quella donna fosse la “Commare Secca” di Pasolini, la morte in persona, ma c’è sempre una prima volta per tutti.

Adesso però, aprile del 2020, noi che fra vent’anni non ci saremo più, noi che fra dieci anni saremo come l’albumina nelle analisi – tracce – noi che già eravamo cauti nel dire domani, che ripuliamo la rubrica telefonica dai numeri inutili e appassiti, noi oggi siamo su una nuova prima linea e mi viene in mente quella faccia irata e spaventata, ma più irata, tra i fucilati di Goya, davanti al plotone dei francesi. Ce l’hanno con noi.

Non ne possono più di stare in casa chiusi a chiave per non farci crepare anzitempo e i giornali tendono a ibernarci: ci chiamano la brava generazione che ha tanto costruito, i bravi ragazzi dai capelli corti quando invece eravamo capelloni (e costava carissimo anche a sinistra), i laboriosi e umili che oggi, carichi di anni, hanno fatto il loro tempo. È vero, lo abbiamo fatto. Ma poiché siamo gente adattabile e camuffabile come Zelig (Woody non per caso è dei nostri) la nostra resistenza all’ecatombe sarà astuta, sinuosa, subdola, cerbottana al curaro, alla fine vinceranno loro, ma intanto – fateci caso – ancora vinciamo noi, e da questa conclusione senescente e fragile, già capite che non è così, ma ci piacerebbe.