Santi Consolo ha percorso in prima linea (Nicosia, Enna, Palermo) gli anni più difficili della Sicilia. Dal 1988 al luglio 1992 è stato giudice nel tribunale penale di Palermo, quando diviene sostituto presso la Procura Generale di Palermo, fino al giugno 1998. Viene eletto al Consiglio superiore della magistratura per il quadriennio fino al 2002. Dal 2003 è alla procura generale presso la Cassazione, Vice Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dal 2008 fino al 2011 quando è nominato dal Csm Procuratore generale della corte d’appello di Catanzaro, poi di Caltanissetta. Nel 2013 era stato eletto nel Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria, l’organo di autogoverno dei giudici tributari. Da dicembre 2014 al 4 luglio 2018 è stato Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, nominato dal consiglio dei Ministri. Ha vissuto questo lockdown con l’amarezza del distanziamento sociale. «Perché per me rapporti umani ed empatia sono fondamentali».

E forse dovrebbero essere essenziali per chi fa il magistrato.
Da Pretore ho lavorato sulle cause civili che diventavano penali perché per banali liti di proprietà fondiarie poi si arrivava a minacce e aggressioni. Allora andavo di persona a fare i sopralluoghi e c’era sempre chi mi invitava a prendere un caffè a casa. Accettavo a condizione che il caffè venisse offerto anche alla controparte e a tutti gli avvocati. Davanti al caffè si parlava di quanto il processo sarebbe durato, e quanto sarebbe costato. Mi guardavano smarriti e mi chiedevano un consiglio. Li facevo mettere d’accordo, portandoli alla composizione bonaria della lite, e chiudendo lì la pratica. Ho ridotto così il numero di fascicoli e notai che anche le sopravvenienze penali diminuivano nel mandamento, rendendo più spedito il funzionamento degli uffici. La vera giustizia si risolve nella composizione volontaria delle controversie e non nel duro ruolo punitivo.

La macchina giudiziaria però rimane ingolfata.
Perché con la riforma del codice di procedura penale i riti alternativi non hanno avuto successo. La giustizia con riti alternativi effettivi sarebbe molto più rapida.

E forse aiuterebbe anche l’amnistia.
Ho una posizione diversa. Penso si debba agire sulla depenalizzazione e su una riforma seria e radicale dell’ordinamento penitenziario. Molti tossicodipendenti disperati potrebbero accedere a formule alternative di esecuzione penale con il prezioso aiuto e supporto anche della Polizia penitenziaria.

Di carcere ne sa qualcosa, è stato a lungo a capo del Dap.
Vice capo e poi per quattro anni capo del Dap. È lì che mi sono convinto che il castigo, come diceva Sant’Agostino, deve essere intriso di tanta umanità. Ho svolto con passione quel ruolo, cercando di rinnovare l’esecuzione penale e trasformare gli istituti penitenziari nella più grande azienda d’Italia. Quasi tutti i detenuti sono in grado di lavorare e dunque vanno formati, spronati a studiare e a impegnarsi nel lavoro. Così si offrono delle opportunità: deve essere un periodo, quello dell’esecuzione, utile a far acquisire alle persone ristrette una nuova dignità che li porta a essere cittadini laboriosi e onesti. Questa è la vera sicurezza per la collettività.

In quel ruolo avrebbe visto bene Di Matteo?
Nella visione del ministro Bonafede, molto lontana dalla mia, la sua “certezza della pena” non mi sembra in linea con il dettato costituzionale: il suo punto d’arrivo è la sentenza di condanna. E conta solo che la pena inflitta venga scontata fino in fondo. Così per me non è: chi si comporta bene deve essere sostenuto in un percorso di rieducazione. Ma con questa idea dura, punitiva che ha Bonafede, il capo dipartimento ideale era Di Matteo, che il Movimento Cinque Stelle voleva come Ministro. Invece ha scelto Basentini che era sconosciuto a tutti.

E perché, secondo lei?
Incomprensibile. Spero che prima o poi il Ministro risponda a tale interrogativo. Su tale vicenda persiste enorme opacità.

Purtroppo però le carceri sono invece Accademie del crimine.
Fino a quando ne ho avuto la possibilità, ho promosso molte centinaia di progetti in autonomia e in amministrazione diretta, impegnando i detenuti anche nel miglioramento delle strutture penitenziarie. I detenuti con il supporto del personale dell’amministrazione penitenziaria sono capaci anche di realizzare sistemi di videosorveglianza delle aree comuni e di automazione dell’apertura dei cancelli. Questo per garantire anche maggiore sicurezza a chi vi lavora.
Bonafede dice che ha trovato un solo protocollo relativo ai progetti di lavoro per i detenuti.
Non dice la verità. Diciamo che non viene ben informato.

Qual è stato il suo rapporto con la magistratura associata?
Dopo otto anni in cui sono rimasto fuori dalle correnti ho aderito a Magistratura Indipendente; a Palermo era l’area di Paolo Borsellino. Come espressione del distretto di Palermo sono stato direttamente candidato al Csm, ma non con il sistema elettorale attuale. Con il sistema proporzionale per mega collegi, che era meno peggio dell’attuale. Mi candidai nel 1998, fortemente supportato nel mio distretto ma pressoché sconosciuto altrove. Feci una campagna elettorale di venti giorni, viaggiando e promuovendo riunioni con i colleghi magistrati. Nell’ambito dei Pubblici ministeri risultai il più votato in Italia, ma non ci fu alcun accordo: mi votarono anche molti appartenenti ad altre correnti.

Non c’erano ancora le degenerazioni di cui leggiamo oggi.
Questo sistema elettorale ha portato all’accentuazione del potere correntizio e alla sua degenerazione. Alcune considerazioni sono doverose: per esigenze di moralizzazione ben sei componenti del Csm si dimisero. E questo ha portato a uno stravolgimento della volontà elettorale espressa dai colleghi magistrati, che si segnala come anomalia.
Ora si scoprono – soprattuto dalle chat – nuove vicende che toccano altri componenti attuali del Csm. Forse qualcuno sarà anche componente di quel collegio disciplinare che dovrà valutare quei colleghi che hanno avuto contatti con Palamara. Il messaggio tuttavia è: il Csm nella composizione attuale non si scioglie. Quindi permarrà in carica altri due anni. Una riforma elettorale del Csm non può deludere e non può essere fatta sull’onda dell’emergenza della vicenda Palamara: deve essere una riforma che in esito di un approfondito confronto corregga le gravi storture attuali.

L’inchiesta di Perugia non l’ha sorpresa.
Dove sarebbe la novità? Il carrierismo associativo c’è sempre stato, le degenerazioni correntizie sono trasversali e toccano, purtroppo, tutte le correnti. Semmai, tale vicenda mette in evidenza l’invasività del trojan, che inoculato nel telefonino di Luca Palamara, in un segmento temporale circoscritto, per via delle alleanze vigenti soltanto in quel momento, ha finito per colpire solo alcune correnti e alcuni settori politici. Credo occorra riflettere molto sull’utilizzo di questi strumenti e soprattutto sulla diffusione di notizie che non hanno rilevanza penale.

Lei come riformerebbe il Csm?
Evitare che nella scelta ci sia l’influenza delle correnti. Il ballottaggio e la scelta di collegi uninominali piccoli accentuerebbero al contrario le degenerazioni attuali. Due correnti che si mettono d’accordo possono monopolizzare il consenso, sbaragliando le legittime aspettative dei magistrati più validi.

Nostalgico del proporzionale?
Penso al voto singolo trasferibile: la possibilità di dare a tutti i magistrati la facoltà di scegliere tra tutte le persone che stimano di più in maniera trasversale ed autonoma dalle correnti, con scelte che non sono controllabili. Penso alla possibilità di dare più preferenze in ordine di valore decrescente. Così vado a scegliere i più meritevoli: se posso esprimere dieci preferenze non andrò ad esprimerle per dieci candidati della stessa corrente. Non esisterebbe più la capacità di controllo delle correnti.