Niente scuola, a lavoro! L’imperativo è di quelli che segnano un’esistenza, cambiano il futuro, spostano le prospettive. Parliamo di bambini e ragazzi costretti a crescere troppo in fretta, ad abbandonare gli studi e rimboccarsi le maniche in famiglia o fuori casa. In una parola: lavorare. La piaga del lavoro minorile raggiunge dati allarmanti in alcuni Paesi esteri, in Italia ha numeri più contenuti ma non per questo trascurabili. L’ultima statistica dell’ispettorato nazionale del lavoro accende un faro su questo tema, di cui si parla ancora molto poco. Il lavoro minorile a Napoli e nella sua vasta provincia è una realtà abbastanza diffusa. Non a caso da queste parti si registrano tassi di dispersione e abbandono scolastico tra i più alti. E non a caso, inoltre, queste statistiche incrociano quelle sulla devianza minorile, sulla violenza di strada, sul disagio sociale. Bisognerebbe occuparsi dei giovani tenendo ben presente il quadro completo della realtà.

Una realtà di cui, nel Mezzogiorno d’Italia in particolare, fa parte anche il tema del lavoro minorile. Sono stati 127 i casi accertati a livello nazionale dall’ultimo monitoraggio dell’ispettorato del lavoro, casi di minori irregolarmente occupati prevalentemente nei settori “alloggio e ristorazione” (51 minori), “attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento” (23), “commercio all’ingrosso e al dettaglio, riparazione di autoveicoli e motocicli” (20), “altre attività di servizi” (19). In quasi tutte le aree del paese si tratta in maggioranza di ragazze (oltre il 50% dei casi nel Nord, 72% nel Centro). Fa eccezione il Sud dove i ragazzi sono il 53% dei lavoratori minori irregolarmente occupati. «È importante sottolineare – sottolinea Openpolis che ha elaborato le statistiche, tracciando una mappa del lavoro minorile – che questi dati verosimilmente intercettano solo una frazione del fenomeno». Sì, perché il sommerso in questo campo è più che mai diffuso. «È chiaramente difficile dare numeri precisi su attività illecite, ma alcune delle stime proposte negli scorsi anni indicano chiaramente come il fenomeno non vada affatto sottovalutato e abbia una portata ben più ampia», si legge nel report di Openpolis.

Sono soprattutto i minori di 14-15 anni quelli che lavorano: nel 18,7% dei casi nel settore della ristorazione, nel 30,9% dei casi in attività domestiche, nel 14,/5 nel settore della vendita, comprese le attività degli ambulanti, nel 13,6% in campagna. Secondo le statistiche, inoltre, un ragazzo su quattro svolge queste attività in modo regolare, oltre sei mesi all’anno. In termini di ore giornaliere, il 40% risulta lavorare fino a 2 ore e per poco più di un terzo (35,4%) l’impegno va dalle 2 alle 4 ore. Per quasi un quarto degli intervistati si superano le 5 ore: il 17,3% ne dichiara tra 5 e 7, il 7% oltre 7. Nel 54,9% dei casi si tratta di attività non retribuite, dato da leggere in relazione al fatto che 3 minori su 4 lavorano in ambito familiare. Ma quanto stretto è il legame tra lavoro minorile e dispersione scolastica? Quasi la metà dei giovanissimi inseriti precocemente nel mondo del lavoro (45,6%) lavora anche nei giorni di scuola, mentre il 51,9% dei minori analizzati nel report risulta dedicarsi al lavoro nei giorni di vacanza. Cosa stabilisce la legge? Secondo la normativa più recente (la legge 296 del 2006), l’obbligo scolastico è innalzato da 8 a 10 anni.

Questo vuole dire che dai 6 ai 16 anni di età vige l’obbligo di studiare, e dai 16 anni in poi si può essere ammessi al lavoro. Una soglia che, nella realtà, non sempre è rispettata. Il lavoro minorile assume forme diverse dal passato ma resiste come piaga sociale. E spesso se ne trascurano gli effetti sulla salute e sullo sviluppo del minore stesso. Unicef e Oil (organizzazione internazionale del lavoro) stimano che nel mondo oltre un quarto delle vittime del lavoro minorile non frequentano la scuola «con conseguenze dirette – si sottolinea nel report di Openpolis – sulle prospettive di giovani che spesso vivono già dall’infanzia in una condizione di svantaggio». Nel mondo si contano 160 milioni di bambini e adolescenti di età compresa tra i 5 e i 17 anni costretti a lavorare. Quasi la metà (79 milioni di bambini) svolge un lavoro pericoloso, che addirittura rischia di danneggiare direttamente la loro salute e il loro sviluppo psicofisico.

In pratica un ragazzo su dieci lavora nel mondo, circa un bambino su dieci se consideriamo la fascia di età compresa tra i 5 e gli 11 anni. Infanzia negata. Accade soprattutto nelle periferie più degradate, nei contesti sociali più difficili. Lasciare gli studi prima del tempo significa per un giovane avere più difficoltà nel trovare un’occupazione stabile, e quindi anche maggiori probabilità di ricadere nell’esclusione sociale da adulto. Come un cane che si morde la coda. Come in un circolo vizioso dal quale diventa sempre più difficile uscire. Cosa fare? Opportunità ai giovani, diritti ai bambini, servizi alla società: questo andrebbe garantito dalla politica. E invece ci ritroviamo come ogni volta a mettere sul piatto della bilancia le chiacchiere e i proclami sterili da una parte e le statistiche che descrivono la cruda realtà dall’altra.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).