Oggi, martedi 14 aprile, ore 10, tempo scaduto per il ministro Bonafede. Esattamente sette giorni fa la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) ha bussato alla porta del governo italiano e ha dato al ministro guardasigilli una settimana di tempo per spiegare con urgenza quali «misure preventive specifiche» intenda adottare per proteggere non solo un certo detenuto di Vicenza, ma tutti i carcerati italiani «dal pericolo di contagio di Covid-19». La sollecitazione era arrivata a Strasburgo da due avvocati emiliani, Roberto Ghini e Pina di Credico, i quali chiedevano una misura «urgente e provvisoria» in favore di un loro assistito recluso a Vicenza costretto a convivere con un’altra persona in una cella molto piccola.

La preoccupazione, e anche l’urgenza, hanno un senso, anche se i numeri dei contagi nelle carceri possono sembrare piccola cosa rispetto a quel che succede “fuori”, per esempio in Lombardia. Ma sei detenuti morti di coronavirus, oltre a due agenti di polizia penitenziaria e altrettanti medici, sono un vero allarme, perché l’effetto detonazione del Covid-19 in un luogo chiuso e di rinchiusi è molto di più che un semplice rischio. E se un leggero sfollamento degli istituti di pena ha portato nelle ultime settimane i prigionieri a 57.000 (sempre comunque diecimila in più rispetto all’effettiva capienza) è merito di illuminati giudici di sorveglianza come quelli lombardi e laziali, e non certo del decreto governativo “Cura Italia” del 17 marzo, che si è arenato subito sulla mancanza dei braccialetti elettronici.

E sì, perché un governo abulico e distratto, di fronte a una pandemia che potrebbe trasformarsi in strage se penetrasse seriamente nelle carceri, non ha saputo far niente di meglio che limitare la concessione degli arresti domiciliari solo a chi debba scontare meno di diciotto mesi e con il vincolo dei discutibili braccialetti da apporre alla caviglia. Ma lo strumento elettronico, per il quale sono stati già spesi, nel corso dei decenni, duecento milioni di euro, è come l’araba fenice, non c’è.

Così i 12.000 che avrebbero diritto a terminare di scontare al domicilio gli ultimi mesi di pena, restano in carcere. Anche se, un po’ fuori tempo massimo, si apprende che il Commissario straordinario Domenico Arcuri ha affidato a Fastweb la fornitura di 4.700 braccialetti, che dovrebbero esser consegnati entro la fine di maggio. Poca cosa e in ritardo. Qualcuno pensa che questa iniziativa sia la risposta per la Cedu?

Ma intanto il governo Conte è sorpassato in umanità e dignità, non solo dalle democrazie dell’occidente, ma anche, come ci informa l’associazione “Nessuno tocchi Caino”, da Paesi come il Marocco, dove il re ha concesso la grazia a 5.654 detenuti, lo Zimbawe, dove ne sono stati liberati 1.680, la Libia con 1.347 scarcerati e la Tunisia con 1.420. Stiamo parlando di Paesi dove l’epidemia non ha ancora colpito con numeri simili a quello dell’Italia, ma dove evidentemente non sono ancora arrivati Grillo e il Movimento cinque stelle. E neanche magistrati come Di Matteo e Gratteri, i quali preferiscono affidarsi alla sorte, o a un futuro in cui saranno direttamente al governo, e costruiranno nuove carceri in modo da consentire spazi agevoli e così ampi da poter contenere tutta quella popolazione fatta da innocenti non ancora scoperti ma già individuati dal dottor Davigo.

C’è molto malumore nei confronti del ministro Bonafede anche all’interno della stessa magistratura. Non solo da parte dei tribunali di sorveglianza, sulle cui spalle pesa il carico della decisione su migliaia di vite tra mille difficoltà. In particolare a Milano, dove il coronavirus è particolarmente feroce, la situazione è resa difficile perché gli spazi a san Vittore si sono ristretti dopo la protesta dei detenuti e il palazzo di giustizia ha subìto un incendio gravato proprio sugli spazi del tribunale di sorveglianza. Ma proprio da Milano, e da un magistrato in genere molto prudente, arriva la critica più bruciante nei confronti di Bonafede.

Fabio Roia, presidente della Sezione misure di prevenzione, ex membro del Csm, contagiato insieme alla moglie (pure lei magistrato), da poco dimesso dopo un lungo ricovero all’ospedale Sacco, in un’intervista al Corriere della sera ha puntato il dito contro il ministero e «ciò che non è stato fatto per impedire il diffondersi del contagio» in un Palazzo di giustizia dove ogni giorno circolano settemila persone. «I capi dei nostri uffici – dice il magistrato – avevano sollecitato fin da subito un intervento del ministro della giustizia Bonafede, ma la richiesta è rimasta inascoltata».

«Una grave lacuna», viene definito il mancato intervento in tempo utile sul tribunale di Milano, che è un luogo affollato ma non chiuso come un carcere. Ma le lacune ci sono, e questa è una delle tante di cui dovrà rispondere il Guardasigilli. Prima di tutto, e con urgenza, entro oggi, alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

 

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