Nella conferenza stampa di dicembre Mario Draghi ha detto che per garantire la stabilità del quadro politico il presidente della Repubblica doveva essere eletto da una maggioranza omogenea a quella che ha sostenuto il governo. È su questa affermazione che non si è ragionato seriamente da parte delle forze politiche, mentre i media sono stati invasi intanto dal toto-Quirinale. Il senso di quella affermazione era che non sarebbe stato facile immaginare che il governo in carica potesse continuare la sua difficile navigazione fino alla fine della legislatura senza un presidente della repubblica garante, come lo era stato Mattarella, del governo di unità nazionale. Soprattutto se si pensa alle sfide enormi che attendono il paese nell’anno appena iniziato. Ricordiamo che 66 riforme e 120 obiettivi da raggiungere saranno necessari per ottenere i previsti 40 miliardi dei fondi europei.

Se il capo dello stato dovesse essere il risultato di una scelta che contrappone gli schieramenti che dividono i grandi elettori, il cammino del governo Draghi sarebbe difficile e a rischio. La difficoltà sarebbe minore ma non nulla se al posto di Mattarella dovesse andare l’attuale primo ministro, poiché non sarebbe facile sostituirlo. Non possiamo dimenticare che è il primo ministro che rappresenta l’Italia nelle istituzioni internazionali e in quelle decisive per noi dell’Unione Europea. E non è possibile negare che l’enorme prestigio e la competenza di Draghi sono difficilmente sostituibili. Oltretutto si è vista negli ultimi due giorni una ulteriore e non sorprendente dinamica conflittuale, la quale rinvia alla confusa distinzione fra politici e tecnici. In realtà si tratta della tensione che esiste fra persone che sono attori politici di professione, leader ed eletti dei partiti politici, e personalità chiamate a funzioni di governo quando i primi si mostrano non in grado, per una ragione o un’altra, di guidare il paese.

I “politici” hanno paura di essere scavalcati da persone estranee all’establishment dei loro Palazzi e temono di essere sostituiti per un tempo non limitato da coloro che sono intrusi nei loro circoli. Questo si può capire tenendo conto della legittimità che le elezioni assegnano a coloro che governano. Ma se costoro non sono in grado di assicurare al paese un buon governo l’appello a persone più competenti e internazionalmente riconosciute si tratta di un ricorso inevitabile.

Per tornare alle elezioni in corso si deve osservare che se non si vuole evitare un avvitamento del processo la sola soluzione possibile sembra quella chi si sarebbe dovuta mettere in atto da prima dell’inizio delle operazioni e che Berlusconi ha in certa misura impedito con la sua autocandidatura: la scelta di un candidato comune ai due maggiori schieramenti che esistono in Parlamento – se esistono ancora. Poiché solo questo è il senso non retorico dell’espressione super partes. Il tentativo di imporre un candidato scelto da una parte sola è uno scossone pericoloso che si dà alla stabilità del governo, mettendo in tal modo in serio pericolo innanzitutto l’economia del paese.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino