Nonostante gli istogrammi, le esplosioni grafiche e i soliti bla-bla-bla socio-urbanistici, il piano strategico dell’area metropolitana di Napoli appena “licenziato” con grande enfasi dal sindaco de Magistris, non è un piano strategico. Per esserlo, dovrebbe avere una “visione” e invece, nonostante faccia riferimento a risorse per circa un miliardo, è totalmente cieco. Va da tutte le parti, dunque da nessuna parte. Previsto dalla legge Delrio, ormai del 2014, il piano è definito strategico proprio perché dovrebbe essere un “atto di indirizzo”, un’agenda delle agende. E a differenza di quello territoriale generale, che fissa i perimetri in cui prevedere case, parchi o servizi, dovrebbe indicare un orizzonte alla razionalità pianificatoria collettiva, sia pubblica che privata.

Nel caso dell’area metropolitana di Napoli – 92 comuni, di cui dieci con oltre 50mila abitanti saldati in un’unica periferia – dovrebbe suggerire come sciogliere i troppi nodi che tengono insieme, complessivamente, ma in modo molto diseguale, tre milioni di residenti in 1.171 chilometri quadrati. Cos’è invece? Semplicemente, una lista. Con dentro di tutto. Dal rifacimento del muro di sottoscarpa lesionato a Lacco Ameno al recupero del molo borbonico di Ercolano (di quello di Napoli, di “taglia” decisamente superiore, non c’è traccia nel comunicato ufficiale); dal restauro del cornicione lato mare della reggia di Portici alle piste ciclabili di Frattamaggiore e Giugliano; dal progetto Unesco per il centro storico di Napoli, alla riqualificazione di Viale Umberto Maddalena, la strada che porta a Capodichino; dal ripopolamento della capra napoletana nel parco del Vesuvio a “Deathaly”, un’app per incentivare il “dark tourism”, quello degli appassionati del genere sovrannaturale. Una lunga lista la cui logica è evidente.

E non è difficile immaginare come sia stata esposta ai 92 sindaci interessati. Qui c’è un miliardo da spendere, dividiamo la cifra per il numero di abitanti di ogni Comune, scegliamo, area per area, i progetti già pronti realizzabili con la cifra corrispondente, e tiriamo a campare. Solo ex post è stato quindi possibile trovare una razionalità apparente. Si apprende così che all’asse definita “Cultura come sviluppo” sono destinati 484 milioni, articolati in 85 per il patrimonio, 382 per strade e spazi pubblici e 17 milioni per la mobilità sostenibile. A quella “Scuole presidio di legalità ed integrazione” 380 milioni, di cui 347 per le scuole e 33 per lo sport. All’asse “Ossigeno Bene Comune” finanziamenti per 95 milioni, di cui 4,6 per l’efficientamento energetico, 53,4 milioni per le aree verdi, 37 per gestione dei rifiuti e fognature. E a quella “Città sicure” 30 milioni, di cui 24 per la difesa delle coste e 6 per la Protezione civile.

Sparsi qua e là ci sono poi fondi per autostrade digitali, e-government, carpette e munacielli. Qualcuno dirà: non sarà un piano strategico, ma è di sicuro un piano pratico. Come no. Ma se è un piano pratico, allora bisognerebbe spiegare come mai la gran parte dei progetti, pur se già finanziati, è rimasta sulla carta per tanto tempo. Cosa impedirà il ripetersi del solito andazzo? A parte questo, è possibile chiamare strategico un piano che non fa un solo riferimento alla rigenerazione di Bagnoli, non sollecita e non sfida il capitale privato, escludendo di fatto ogni effetto moltiplicatore nell’uso delle risorse; e non tiene minimamente conto di ciò che nel frattempo è successo, cioè una pandemia? Se non strategico e non pratico, come definire allora questo piano? L’aggettivo appropriato è uno solo: elettorale.