Ripensando all’ultima puntata di Dimartedì su La7, c’è da chiedersi se venga prima Piercamillo Davigo o prima Giovanni Floris. È un po’ la storia dell’uovo e della gallina proiettata in generale sulla giustizia spettacolo, in particolare su questa coppia di magistrato e presentatore che, senza contraddittorio, può dire qualsiasi cosa. La questione, tornando quindi all’uovo e alla gallina, è quanto e come il giornalismo, televisivo e non, abbia fatto dei magistrati dei padri eterni, della parola dei pm una verità assoluta, delle loro teorie, trasformate in dogmi, una maniera per cercare di fare audience. Perché è vero che Davigo continuerebbe a proporre le sue idee e ad applicarle anche senza Floris, ma senza Floris e i suoi colleghi non esisterebbe quello che nel 1994 Daniele Soulez Lariviere ha definito in maniera esemplare il circo mediatico giudiziario. Cioè quella sarabanda messa in scena in nome della giustizia che tutto ha a cuore fuorché proprio la giustizia e lo Stato di diritto.

Stiamo parlando, andiamo un po’ ad occhio, ma sbagliandoci di molto poco, del 70, forse 80 per cento dei programmi televisivi che in nome del popolo sovrano hanno instillato a quello stesso popolo il virus, senza vaccino, dell’antipolitica e dell’amore per le manette. Ma se qui ci soffermiamo su Floris è per la sua particolare figura. Forse per le sue origini sarde (il papà Bachisio era nato a Nuoro, nel cuore della Barbagia) ha sempre un aspetto ieratico, quasi distaccato, come se le miserie umane non lo toccassero. E così che se confrontato con i suoi colleghi, che ne so un Massimo Giletti o un Corrado Formigli, viene quasi da levarlo dal gruppo dei populisti ad honorem. Non urla, non si agita, non fa appelli come Massimo, né manda i suoi in giro con le telecamere nascoste come Corrado, spacciando questo metodo per giornalismo di inchiesta. No, lui, non lo fa. È sempre pacato, quasi imperscrutabile, misterioso, come gli Shardana, l’antichissimo popolo che secondo la storiografia recente diede vita in Sardegna alla civiltà dei nuraghi e a cui il giornalista ha dedicato uno dei suoi quattro romanzi.

Invece, a ben guardare, dietro quel sorriso appena accennato, dietro lo sguardo di chi non si scompone mai, Floris fa parte a pieno titolo del gruppo dei conduttori populisti. Basta rivedere la puntata di martedì scorso. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, chiede ai magistrati di non andare in tv? Floris fa finta di nulla e non solo continua a invitare il (vero) capo della magistratura italiana ma lo fa senza consentire che gli venga posta qualche domanda. Intendendo qui per domanda non una frase con il punto interrogativo finale, ma una frase che ponga delle questioni, che faccia da contraltare, che quando Davigo dice che in carcere sono tutti colpevoli, risponda per le rime, con le cifre, con la giusta indignazione. Martedì tutto questo non c’era.

Però è così, a Giovanni Floris si perdona tutto. Agli altri viene più difficile, sono antipatici, sguaiati, a tal punto presi dalla parte in commedia da non differire minimamente dal personaggio indignato che interpretano. Lui no. È così moderato, così perbene. E anche quando nel 2002 alla Rai prese di fatto il posto di Michele Santoro, cacciato insieme a Enzo Biagi e Daniele Luttazzi, in poco tempo tutti si dimenticarono e dopo qualche anno lo avevano già perdonato attribuendogli il patentino di presentatore super partes. E guai a ricordagli che anche lui arrivava da un’area politica, quella dell’allora Ds, perché se glielo dicevi, te la giurava e non ti invitava più in trasmissione. Effettivamente se leggi il suo curriculum: università alla Luiss, decine e decine di premi, decine e decine di libri, tra cui i quattro romanzi, tutto ti viene da pensare eccetto che una persona di tale statura possa essere un tramite, anzi un artefice del populismo.

Eppure in questi anni è stato tra i principali sponsor del Movimento Cinque stelle e con il suo pubblico in sala ha creato uno stile fatto di applausi a chi sostiene la tesi più banale, a chi parla meglio alla pancia delle persone, a chi spara meglio contro chi fa politica. Poi ogni tanto il cerchio si chiude e se un personaggio cade in disgrazia come il povero Dibba sarà lui a lamentarsi del mancato applauso che, poco tempo prima, aveva fatto la sua fortuna.

Floris non è solo, è vero. Meno di tanti altri può essere l’emblema delle urla e della caccia alle streghe. Sicuramente non è Savonarola o Torquemada. Forse anche senza saperlo, è però il perfetto testimonial di quella cultura, di recente maggioritaria, che su questo giornale abbiamo chiamato tecnopopulismo. È il populismo non urlato, meno cafone, meno di pancia. Un populismo in cui la tecnica, gli esperti, i magistrati prendono il posto della politica. Ma il risultato non cambia: più manette per tutti.